C’è qualcosa nell’armadio, è vestito di nero, e non ha la faccia: vuole prendersi la tua. Bastano poche parole per la trama di Intruders, l’horror di Juan Carlos Fresnadillo (28 settimane dopo), presentato in prima mondiale al Festival di Toronto.
Anche se più che di “horror”, sarebbe giusto parlare di “cinema del terrore”, come si faceva una volta, perché nel film non cade una goccia di sangue e la paura è una questione di prospettiva: nasce dall’alterazione degli spazi e delle identità.

Il racconto procede su due linee parallele: in Spagna una madre single si rivolge a un prete esorcista per liberare il figlio dagli incubi che lo tormentano; altrove, a Londra, un bimba viene perseguitata notte dopo notte da un intruso vestito con un impermeabile nero, ma l’unico che riesce a vederlo è il padre (Clive Owen). Quando infine le due storie si incrociano e i pezzi del puzzle vanno al loro posto, il meglio è già andato.

Lavorando su paure ataviche, evitando splatter e grottesco, Fresnadillo per almeno un’ora (l’incipit è un trionfo) costruisce una storia capace di lavorare allo stesso modo sull’incoscio di adulti e ragazzini. Poi scioglie l’enigma, e inevitabilmente perde di mordente. Ma la base resta solida: le storie del terrore ci crescono e ci forgiano, permettondoci di guardare in faccia (in questo caso letteralmente) le tragedie. E quando sembra che ci stiano spezzando, è giusto il momento in cui diventiamo più forti.

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