Tahir e Hannah sono due senzatetto che vivono di elemosina ed espedienti nella New York di oggi. Entrambi con un passato doloroso alle spalle, i due si incontrano e provano a evadere dalla loro condizione contando solamente l’uno sull’altro. Il loro rapporto è basato sul dolore e sulla disperazione, eppure giorno dopo giorno la fiducia nell’altro li porterà a tentare il riscatto.

L’esordio alla regia di Paul Bettany possiede un’idea estetica ben precisa: stare il più possibile attaccato ai due protagonisti, seguirli nel loro vagabondare sia fisico che spirituale. Soprattutto Jennifer Connelly, nella vita moglie dell’attore/regista, viene costantemente accompagnata da una macchina da presa che la disseziona in ogni parte del corpo scarno, incollandosi al suo volto sempre espressivo oltre che bellissimo. Accanto a lei un Anthony Mackie in un ruolo per lui del tutto insolito, condito con una discreta presenza scenica.

L’introduzione ai personaggi e i primi quindici minuti del film sono molto interessanti, anche perché sono gli unici in cui Bettany inserisce un minimo di realismo e autenticità. Poi purtroppo, complice una sceneggiatura stracolma di retorica, il film crolla in una serie di stereotipi che non gli consente di rialzarsi. La storia quasi immediatamente prende delle pieghe da racconto sociale di dubbio spessore. Le due figure vengono descritte con un’accondiscendenza che a tratti diventa addirittura fastidiosa. Procedendo nell’esposizione di luoghi comuni e svolte narrative sempre più drammatiche, il regista perde il controllo del tono del suo lungometraggio, alternando sequenze da favola che non c’entrano nulla con un paio di spunti onirici del tutto eterogenei rispetto a qualsiasi contesto. E così Shelter risulta un’accozzaglia di scene-madre in cui Mackie e soprattutto la Connelly si gettano a capofitto, cadendo però nell’overacting. Bettany si dimostra un regista ingenuo, retorico o peggio ancora compiacente nei confronti della drammaticità di ciò che ha deciso di raccontare. Il risultato è pretenzioso e spreca quello che, se trattato invece con realismo e la giusta dose di distacco, avrebbe potuto essere uno spunto di indagine sociale/psicologica davvero potente.

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