Il filone action della carriera di un interprete straordinario quale è Denzel Washington raggiunge con The Equalizer il punto più basso di una parabola già in netta discesa. I tredici anni passati da Training Day, la precedente collaborazione tra l’attore e il regista Antoine Fuqua, si sentono purtroppo tutti. Tanto quello era un piccolo gioiello di tensione narrativa e coesione nella messa in scena, tanto questo loro ultimo film è basato su una sceneggiatura che è poco più di un canovaccio, e possiede per di più un’idea di messa in scena che oseremmo definire becera.
Il personaggio del cittadino privato che per ribellarsi all’oppressione del crimine si improvvisa giustiziere è un archetipo che il cinema hollywoodiano utilizza praticamente da sempre. Da qui a prendere però tale figura addirittura un supereroe praticamente invincibile ce ne passa. La sospensione dell’incredulità in The Equalizer diventa un ostacolo insormontabile già nella prima scena d’azione. Da quel momento in poi il film sceglie quasi consciamente di indirizzare storia ed estetica verso l’esagerazione più esplicita. Continuando a passo spedito verso un finale pirotecnico, Fuqua accumula uno dietro l’altro momenti a effetto che invece di appassionare scivolano verso l’action da baraccone. La sequenza finale in puro stile McGiver affosserebbe qualsiasi idea di thriller d’azione, figuriamoci un prodotto già così bracollante.


Difficile raccontare un lungometraggio che a livello di impostazione narrativa proprio non esiste. Perché correre verso uno svuotamento estetico e contenutistico così perentorio del genere quando con pochissimi accorgimenti si sarebbe potuto costruire un film di ben altro spessore? Fuqua gira una serie praticamente ininterrotta di scene ad effetto, montandole tutte con almeno una dozzina di ralenty estenuanti, di musica tecno sparata, di fotografia da cartolina. The Equalizer diventa ben presto un’esposizione inerme di tutti gli stilemi che l’action contemporaneo prevede, un compendio fracassone che non possiede una vera e propria anima. Denzel Washington, come gli capita sempre più spesso, gigioneggia fino a diventare insostenibile. Visto che col recente Flight di Robert Zemeckis ha dimostrato di essere un interprete ancora capace di grandi prove, perché non sceglie con maggior cura i suoi progetti, evitando di saturarsi con del cinema commerciale di livello così discutibile? I tempi di Allarme rosso o Man on Fire sembrano essere definitivamente passati. Con quest’ultimo lavoro siamo davvero ai livelli di cinema molto bassi, impossibile che Washington non se ne sia accorto quando ha letto la sceneggiatura.
Non c’è davvero nulla da salvare in The Equalizer. Nessuno sviluppo narrativo o psicologico, un’idea di messa in scena tronfia, interpretazioni eccessive. Uno dei lungometraggi più deludenti visti qui a Toronto 2014.

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