Una cosa è certa: quando Kevin Smith decide di sbagliare, almeno lo fa in maniera radicale e incontrovertibile. A tre anni dall’horror politico Red State, torna a confrontarsi con tale genere grazie a Tusk, presentato in anteprima qui al Toronto Film Festival. Stavolta l’autore di Clerks prende di mira i torture-movie così di moda negli ultimi anni, ma lo fa con tale pigrizia da rendere qualsiasi tentativo di difendere il suo film assolutamente vano.

Neppure lo spunto di partenza – uno psicopatico che cerca di tramutare la vittima di turno in un tricheco – è originale, in quanto l’idea appare piuttosto mutuata da un cult underground come The Human Centipede. L’approccio di Smith è sempre lo stesso fin dai tempi degli esordi: prendere un genere e renderlo una sequenza praticamente ininterrotta di dialoghi surreali, di voli pindarici, di dissertazioni cinefile e/o filosofiche. Se ciò poteva essere originale o divertente vent’anni fa, adesso è diventato un gioco sfiancante, soprattutto se applicato all’horror. Per la prima parte Tusk si rivela un film noiosissimo, verboso nella peggior concezione del termine: i duetti tra Justin Long e Michael Parks sembrano eterni e senza alcun senso, intervallati da dei flashback in bianco e nero visivamente poverissimi. Quando poi inizia la parte che dovrebbe essere più propriamente gore e sanguinolenta, ecco che a crollare miseramente è anche la messa in scena, arrabattata con trucchi da film di serie B e trovate narrative sconcertanti.

Si arriva alla fine del film senza intuire neppure lontanamente quale fosse l’intento di Kevin Smith: voleva forse sbeffeggiare il genere? Difficile capirlo, la povertà estetica e contenutistica di Tusk non permette una risposta precisa. Se invece l’idea era quella di prendersi sul serio (cosa ormai troppo difficile…), allora il risultato ottenuto è ancora più inquietante, poiché il suo prodotto non spaventa né repelle, ma lascia clamorosamente sconcertati di fronte alla sua vuotezza. Difficile trovare una logica applicabile a questo lungometraggio, talmente povero da non riuscire a riciclarsi neppure come trash-cult. Se il cinema di genere, soprattutto l’horror, in questi ultimi anni ha saputo produrre opere talmente estreme nella loro bruttezza da essere innalzate a cult movie quasi per contrappasso, Tusk non riesce neppure in questo (deprecabile?) tentativo.

Leggi le nostre recensioni dei film dell’edizione 2014 del Toronto Film Festival nella nostra sezione

Sotto, il trailer di Tusk:

© RIPRODUZIONE RISERVATA