La ricetta di un capolavoro Pixar? Per John Lasseter, il genio del cartoon contemporaneo, è sempre la stessa: «Una storia emozionante, personaggi affascinanti e un mondo credibile nel quale collocare l’una e gli altri», e detto così, con la semplicità di chi ha creato WALL•E e Up (tanto per citare i titoli più recenti ma già classici), sembra tutto facile. Ma come si fa a rendere credibile un mondo di giocattoli parlanti che si divertono, soffrono, s’innamorano, in una parola vivono? Toy Story 3 – La grande fuga ci riesce, per la terza volta. La prima fu quindici anni fa, e subito si parlò di “miracolo della tecnologia”: mai fino ad allora un film d’animazione era stato interamente realizzato al computer. Poi venne il secondo capitolo, con Woody e Buzz alla riscossa, tra i pochi sequel migliori dell’originale. Perché non riprovarci, quindi? E così, in tempi di 3D imperante, ecco una nuova avventura, stavolta tridimensionale, della saga di Woody e Buzz Lightyear, il cowboy coraggioso e il tronfio esploratore dello spazio donati tanti anni fa al piccolo Andy. Che nel frattempo è cresciuto e, pronto a trasferirsi al college, ha deciso di mettere in soffitta i suoi vecchi, ma sempre molto animati, compagni di giochi. Complice la sbadataggine di tutta la famiglia, però, il sacco con i giocattoli (anzi i sacchi, c’è pure quello della sorella minore di Andy) finisce per strada, destinato a far felici i bambini del Sunnyside Daycare. Un esercito di piccole pesti che con la loro furia ludica convincerebbero chiunque ad architettare un’evasione degna di Steve McQueen o delle Galline in fuga. Nel frattempo, però, gli spettatori faranno la conoscenza di tanti nuovi personaggi più o meno amichevoli, dalla bambola Dolly (che coi suoi bottoni rétro sarebbe stata bene in Coraline) al “tentacolare” Stretch, fino ai due che più daranno filo da torcere (in termini di popolarità, e non solo) ai protagonisti: il vecchio teddy bear Lotso (già apparso in un cameo promozionale in Up) e il mitico Ken, che finalmente ritrova la sua Barbie in una scena da antologia, tra note romantiche e approcci “piacioni” («Non ci siamo già incontrati?», «Me lo ricorderei»). Il divertimento, insomma, è assicurato: mixato, come solo la Pixar sa fare, con l’action e l’emozione. Perché più delle attenzioni dei bimbi scalmanati, a ferire Dino, Mr. Potato (mai così a pezzi!) e il resto della compagnia è il sentimento dell’abbandono: «Andy vi ha dati in beneficienza? Peggio per lui, ma ora non può più ferirvi» mette il dito nella piaga Lotso, arringando i nuovi arrivati che si sentono offesi e traditi. «Toy Story sono io» ha detto una volta Lasseter. Ma questi giocattoli somigliano a tutti noi.

Regia: Lee Unkrich
Trama: In partenza per il college, Andy decide di mettere in soffitta i suoi giocattoli. Per un errore, però, Woody, Buzz e tutti i loro amici vengono dati in beneficienza ad un asilo. Da cui cercheranno di evadere.
Online: disney.go.com/toystory

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La scheda è pubblicata su Best Movie di luglio a pag. 88

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