L’idea è interessante: mischiare un sottogenere dell’horror, il film di esorcismi, con uno del thriller, il poliziesco, rispettando il più possibile i codici di entrambi. Il regista, Scott Derrikson, l’aveva già fatto alcuni anni fa con L’esorcismo di Emily Rose, utilizzando in quel caso il dramma processuale.
Qui racconta del detective testa calda Sarchie (Eric Bana), operativo nel Bronx insieme al collega Griggs, che si trova ad affrontare una serie inspiegabile di atti di follia da parte di tre ex marine, coinvolti anni prima in una missione in Iraq finita male (e in odor di zolfo: come insegna L’esorcista, il diavolo abita da quelle parti). Sarchie è un cattolico disilluso che, di fronte al “male primario” – come lo chiama la sua guida, un prete che al collarino preferisce i giubbotti di pelle (Edgar Ramirez) – dovrà evidentemente ricredersi.

Detto della commistione di generi, Derrickson fa poco altro per farci alzare un sopracciglio, appoggiando tutto il film a un immaginario e ad atmosfere alla Seven, che andavano fortissimo nel noir quindici anni fa e ora sono state soppiantate dall’uso e abuso dell’estetica pseudo-documentaria.
La lunga sequenza dell’esorcismo è tesissima e perfino originale, ma il molto che resta è la solita aggressione sonora e visiva allo spettatore, spaventato per riflessi condizionati, mai inquieto.
Senza considerare l’invadenza del messaggio confessionale e tutto l’impianto conservatore della storia, che potrebbe anche infastidire qualcuno.

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