20 anni dopo, questo film resta una delle esperienze più mistiche e ipnotiche mai viste al cinema
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20 anni dopo, questo film resta una delle esperienze più mistiche e ipnotiche mai viste al cinema

Un viaggio tra amore, natura e spiritualità che trasforma il desiderio in mito e il cinema in un’esperienza sensoriale pura

20 anni dopo, questo film resta una delle esperienze più mistiche e ipnotiche mai viste al cinema

Un viaggio tra amore, natura e spiritualità che trasforma il desiderio in mito e il cinema in un’esperienza sensoriale pura

Una scena del film Tropical Malady

Ci sono opere che non si limitano a raccontare una storia: aprono una soglia. Tropical Malady (2004) di Apichatpong Weerasethakul, Premio della Giuria a Cannes, è una di quelle esperienze rare che obbligano a ricalibrare lo sguardo. A vent’anni dall’uscita resta un enigma lucente: romantico e selvatico, spirituale e terricolo, sospeso tra due metà che non si ricompongono mai del tutto e proprio per questo continuano a vibrare nella memoria dello spettatore.

Il film si sdoppia senza strappi. Nella prima parte seguiamo l’incontro fra Keng (Banlop Lomnoi), soldato in licenza, e Tong (Sakda Kaewbuadee): piccoli riti quotidiani, luci al neon, karaoke, una città che pulsa di rumori e intermittenze. La messa in scena è limpida, i movimenti di macchina sono discreti; l’atmosfera è luminosa, persino giocosa, e lascia filtrare, a sprazzi, un’altra dimensione: parabole, leggende, accenni di reincarnazione, una caverna che promette un passaggio riservato ai “benedetti”.

Poi la frattura: il buio. Tropical Malady si reincarna nella selva. Stesse presenze, ma forse nuovi corpi; stessi desideri, ma espressi in un alfabeto diverso. La foresta diventa teatro di apparizioni: un soldato che insegue una creatura imprendibile, la traccia di un felino, l’eco di uno sciamano. Le parole quasi scompaiono e restano i suoni, il vento, gli occhi nella notte. È il gesto più radicale di Weerasethakul: spostare il conflitto dall’ordine del racconto a quello del mito. L’amore abbandona la cronaca e si fa rito di riconoscimento, caccia e offerta, domanda e risposta tra umano e non umano. L’inquadratura smette di illustrare e inizia a convocare forze: non si cerca più il significato, lo si attraversa.

Riguardato oggi, Tropical Malady parla con chiarezza di un mondo diviso fra modernità e tradizione, fra città e giungla, fra l’ordine rassicurante dei simboli e la loro esplosione sensoriale. La prima metà fotografa un presente globalizzato, dove persino l’uniforme può diventare un costume da indossare per convenienza; la seconda restituisce al desiderio una grammatica arcaica, quasi primordiale. Ma ciò che conta non è l’opposizione: è il cortocircuito. Il film non “spiega” la mitologia con la psicologia né riduce la psicologia a folklore: lascia che le due dimensioni si specchino e si contraddicano, finché lo spettatore non è costretto a cambiare postura.

La lettura politica emerge in ogni anfratto: nella giungla come frontiera della trasformazione, nel corpo che sfugge alla disciplina dell’istituzione, nell’amore che diventa sfida a una norma più ampia della morale privata. L’autore thailandese preferisce immagini madri che si depositano e fermentano, l’idea di un cinema che chiede partecipazione, non complicità. Come se ci stesse offrendo una torcia e invitando a entrare nella caverna assieme ai personaggi. Qualcuno si fermerà sulla soglia, irritato dall’opacità apparente della seconda parte; eppure è proprio lì, quando il linguaggio arretra, che l’esperienza si fa più tangibile, quasi fisica.

A distanza di vent’anni, Tropical Malady conserva una qualità rara: rimanere intatto pur cambiando con noi. A ogni visione i due movimenti – il giorno urbano e la notte selvatica – sembrano scambiarsi il ruolo, come se l’amore fosse davvero un animale che ci bracca e ci mette alla prova. Non resta una morale, ma una traccia sensoriale: la luce che si spegne all’ingresso della grotta, l’attesa di un ruggito forse immaginato, una mano che sfiora un’altra mano e ne coglie l’odore. Il cinema può ancora toccare l’invisibile: Tropical Malady ne è la prova.

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