Trumbo, il cinema che resiste al mondo. La recensione di L'ultima parola
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Trumbo, il cinema che resiste al mondo. La recensione di L’ultima parola

Bryan Cranston, nominato per questo ruolo all'Oscar, interpreta lo sceneggiatore e romanziere americano che alla fine degli anni '40 finì in galera per le sue idee politiche di sinistra

Trumbo, il cinema che resiste al mondo. La recensione di L’ultima parola

Bryan Cranston, nominato per questo ruolo all'Oscar, interpreta lo sceneggiatore e romanziere americano che alla fine degli anni '40 finì in galera per le sue idee politiche di sinistra

Dalton Trumbo è un romanziere e sceneggiatore americano che nella seconda metà degli anni ’40, all’apice della fama, viene preso di mira dalla Commissione per le attività anti-americane a causa delle sue idee politiche. All’alba del maccartismo, nel 1950, è condannato per aver rifiutato di testimoniare davanti al Congresso e passa 11 mesi in carcere. Quando esce ricomincia quasi subito a lavorare, ma sotto falso nome, tanto che non può ricevere né festeggiare gli Oscar per Vacanze Romane (Miglior soggetto nel 1953, una categoria poi sparita) e La più grande corrida (Miglior sceneggiatura nel 1956). Alla sua riabilitazione, insieme al mutato clima politico, contribuisce l’uscita di Spartacus (1960): Kirk Douglas insiste per lavorare con lui, e il presidente Kennedy dice pubblicamente di aver amato il film, un endorsement che gli consente la reiscrizione alla Writers Guild of America.

Tutto questo spazio alla trama serve a inquadrare il film, L’ultima parola è uno di quei biopic politici senza deviazioni che le giurie oggi si filano pochissimo mentre vent’anni fa sarebbe stato ricoperto di premi. Una catena di fatti messi in riga, con brevi filmati d’epoca che mischiano le carte e i colori, che non dà mai l’impressione di gonfiare il dramma per stordire lo spettatore, cioè di puntare troppo sull’indignazione.

Ci si diverte invece con tante piccole variazioni di tono, un’ironia a volte impalpabile e a volte grottesca che ricorda un pochino il registro dei Coen, tanto che il produttore da quattro soldi interpretato da John Goodman sembra un omaggio. Per questo tipo di cinema e di personaggio Bryan Cranston è lo strumento perfetto, ha una recitazione controllata e iperrealistica che è la misura migliore per una farsa elegante, e passa dalla commedia al dramma, al romanzo sentimentale con una naturalezza, la stessa di Breaking Bad, che giustifica la nomination all’Oscar.
Le sue sedute di scrittura a mollo nella vasca da bagno, il girovagare nevrotico in accappatoio, o semplicemente come porta i baffi, sono le piccole cose che i film sanno fare quando non vogliono che li dimentichi.

Non è un capolavoro insomma, ma è cinema ben educato, che resiste al mondo, pretendendo la sala quando tutto e tutti sembrerebbero ormai spingerlo in TV. Lo si consiglia volentieri.

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