Con Lee Cronin – La Mummia, nelle sale italiane dal 16 aprile 2026, la creatura classica torna al cinema con un volto diverso da quello che il pubblico associa più facilmente al franchise d’avventura con Brendan Fraser o al reboot action con Tom Cruise. La nuova rilettura firmata dal regista di Evil Dead Rise parte infatti da una storia più cupa e più intima: una bambina scompare nel deserto senza lasciare traccia e riappare otto anni dopo, trasformando il ritorno a casa in un incubo familiare. Anche la scelta di mettere il nome di Lee Cronin direttamente nel titolo segnala la volontà di marcare una distanza netta rispetto alle incarnazioni precedenti, puntando su horror, trauma e body horror più che sull’archeologia spettacolare o sull’avventura esotica.
Ed è proprio questo il punto interessante: la Mummia non è mai stata una sola. Nel corso della storia del cinema la creatura ha cambiato natura, tono e persino funzione narrativa. In alcuni film è un sacerdote maledetto che torna in vita per amore, in altri è un guardiano cieco e implacabile, in altri ancora diventa una principessa assetata di vendetta o una presenza più mentale che fisica. Ripercorrere le sue versioni più celebri e quelle meno note aiuta a capire perché il personaggio continui a sopravvivere sullo schermo da quasi un secolo.
La Mummia (1932), il classico con Boris Karloff
La prima incarnazione davvero decisiva è The Mummy del 1932, il film Universal diretto da Karl Freund con Boris Karloff. Qui la creatura è Im-Ho-Tep, antico sacerdote egizio sepolto vivo e riportato in vita quando alcuni archeologi leggono la formula contenuta nello Scroll of Thoth. Una volta tornato nel mondo dei vivi, assume l’identità di Ardath Bey e tenta di ritrovare la donna amata, perduta secoli prima e apparentemente reincarnata nel presente.
Questa versione è molto diversa dall’immagine più comune della Mummia come mostro bendato che avanza lentamente. Il film del 1932 costruisce infatti una figura più tragica, sofisticata e ipnotica, quasi romantica nella sua ossessione. Più che sul puro attacco fisico, il racconto lavora su maledizione, reincarnazione e atmosfera funeraria. È da qui che nasce il mito moderno del personaggio, anche se non ancora nella forma più popolare che si imporrà in seguito.
The Mummy’s Hand (1940) e i sequel Universal
Se il film del 1932 crea il mito, è con The Mummy’s Hand del 1940 che nasce davvero la Mummia come il pubblico l’ha fissata nell’immaginario. In questa storia gli archeologi cercano la tomba della principessa Ananka, ma finiscono per risvegliare Kharis, sepolto vivo per averla amata e mantenuto in vita attraverso il potere delle foglie di tana. Da quel momento la creatura diventa un esecutore della vendetta contro chi profana il sepolcro.
La particolarità di questa incarnazione è evidente: Kharis è meno elegante e meno umano dell’Imhotep del 1932, più vicino a un corpo resuscitato che agisce come forza bruta e inarrestabile. È questo modello a influenzare i sequel come The Mummy’s Tomb del 1942, che porta la maledizione addirittura negli Stati Uniti, e gran parte delle versioni successive. Se si pensa alla Mummia come creatura lenta, silenziosa, bendata e guidata da sacerdoti o custodi, si sta pensando soprattutto a questa linea narrativa.
La versione Hammer del 1959 con Christopher Lee
Negli anni Cinquanta il personaggio passa anche attraverso la grande stagione horror britannica grazie a The Mummy del 1959, prodotto dalla Hammer e diretto da Terence Fisher, con Christopher Lee nei panni della creatura e Peter Cushing tra i protagonisti. La trama riprende molti elementi del filone Kharis: una spedizione archeologica viola una tomba egizia e la Mummia viene richiamata in vita per vendicarsi dei responsabili del sacrilegio.
Questa versione si distingue per il tono più gotico e fisico. Il film accentua la componente melodrammatica e il dolore della creatura, ma la rende anche più materiale, massiccia e minacciosa. Inoltre non è una vera ripresa del film del 1932: la Hammer rielabora soprattutto il filone sviluppato nei sequel Universal, portandolo dentro un’estetica a colori più sanguigna e teatrale. È una Mummia meno eterea e più corporea, ancora oggi tra le più iconiche per gli appassionati del gotico classico.
La trilogia d’avventura con Brendan Fraser
Per il pubblico contemporaneo la svolta più popolare resta però La Mummia del 1999, diretta da Stephen Sommers e interpretata da Brendan Fraser e Rachel Weisz. Il film rimette al centro Imhotep, sacerdote riportato in vita accidentalmente durante una spedizione a Hamunaptra, ma cambia radicalmente il tono generale: al posto dell’horror puro arrivano avventura, ironia, romanticismo e spettacolo.
Qui la Mummia diventa una creatura capace di scatenare piaghe, tempeste di sabbia e poteri soprannaturali imponenti, ma inserita in una macchina narrativa da kolossal d’intrattenimento. È questa la versione che ha rilanciato il mito per una nuova generazione, spostandolo dal gotico al blockbuster. La sua particolarità non sta solo nel design del mostro, ma nel fatto che per la prima volta la Mummia smette di essere soprattutto un personaggio horror e diventa il motore di un’avventura ad alto tasso di azione. Non è un caso se, dopo una trilogia già fatta e finita, è attualmente in produzione un quarto film della saga.
Il reboot con Tom Cruise e Sofia Boutella
Nel 2017 arriva un’altra trasformazione con The Mummy diretto da Alex Kurtzman e interpretato da Tom Cruise e Sofia Boutella. Questa volta la creatura è Ahmanet, una principessa egizia sepolta viva e risvegliata nel presente, pronta a riversare sul mondo una malevolenza cresciuta per secoli. La trama prende avvio quando il personaggio di Cruise scopre accidentalmente la sua tomba, liberando una minaccia che va ben oltre la semplice maledizione archeologica.
La particolarità di questa versione è duplice. Da una parte cambia il genere del mostro principale, con una Mummia femminile che rompe la tradizione dei sacerdoti maschili come Imhotep e Kharis; dall’altra spinge il personaggio verso il terreno del fantasy action e del tentativo di universo condiviso dei mostri Universal, il cosiddetto ma già naufragato Dark Universe. Il risultato è una Mummia molto più aggressiva, quasi da supervillain soprannaturale, lontana sia dalla malinconia del 1932 sia dal tono avventuroso più leggero del film con Brendan Fraser.
Lee Cronin’s The Mummy: il ritorno all’horror
La nuova versione firmata da Lee Cronin, al cinema dal 16 aprile con Warner Bros. sembra invece voler recuperare una dimensione più disturbante. La storia della figlia scomparsa che torna alla famiglia dopo otto anni sposta infatti il baricentro del racconto dall’esotismo archeologico al trauma domestico. Anche il coinvolgimento produttivo di New Line Cinema, Atomic Monster e Blumhouse indica una precisa scelta di campo: meno avventura, più tensione, più orrore fisico, più inquietudine contemporanea.
È questo a rendere il film diverso dal solito. Non sembra interessato a rifare né il classico Universal né il franchise d’azione degli anni Novanta. Vuole invece usare la Mummia come figura di contaminazione, ritorno del rimosso e disfacimento del corpo, dentro una storia familiare molto più cupa. In questo senso, più che una semplice nuova versione, il film prova a riaprire il significato stesso del mostro per il pubblico di oggi.
Le versioni meno famose ma intriganti
Accanto ai titoli più celebri esistono poi alcune varianti meno note che raccontano bene quanto la Mummia sia stata un personaggio mutevole. The Curse of the Mummy’s Tomb del 1964, sempre in area Hammer, ripropone il tema della tomba violata e della resurrezione vendicativa, ma con una nuova creatura e con un impianto più da horror britannico di serie gotica che da remake vero e proprio. È interessante perché mostra quanto già negli anni Sessanta il mito fosse abbastanza flessibile da essere rimaneggiato senza dipendere da un solo canone.
Ancora più particolare è Blood from the Mummy’s Tomb del 1971, dove la figura della Mummia si allontana dal corpo bendato tradizionale e si lega invece alla regina Tera, alla possessione e alla reincarnazione. Qui il mostro è quasi una presenza mentale e maledetta, più che un semplice cadavere ambulante. È una deviazione affascinante perché amplia il concetto di Mummia nel cinema horror, spostandolo verso il soprannaturale psicologico.
Infine c’è il caso anomalo e di culto di Bubba Ho-Tep del 2002, film che porta la Mummia in una casa di riposo del Texas e la mette di fronte a un anziano Elvis Presley. Il tono qui è ironico, malinconico e surreale, ma proprio per questo il film è una prova estrema della duttilità del personaggio: la Mummia può restare riconoscibile anche quando entra in un racconto completamente laterale rispetto al canone egizio tradizionale.
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