Ora vi rivelo qualcosa di me. Non tremate, lo so che non vi interessano i fatti miei, ma vi giuro che è un dato propedeutico al mio argomento del mese. La rivelazione è questa: io suono la chitarra. Quotidianamente. Da ben 35 anni. Davvero: ogni singolo giorno. Ora, magari state pensando che 35 anni di esercizio quotidiano siano davvero un botto e che io sia una specie di Eric Clapton, o Slash, o un John Petrucci dei Dream Theater. E invece, la verità è che faccio schifo. Ma proprio in maniera indiscutibile, inequivocabile. Livello che ai falò in spiaggia, a un certo punto, un mio amico diceva “dai, ora provo io”. Il punto è che non sto mentendo, ma che – a parte i primi tempi in cui ero carichissimo – l’ho poi presa semplicemente come attività antistress: la piglio in mano, la strimpello per dieci minuti e poi la metto giù. Non faccio veri esercizi. Accenno due/tre canzoni elementari (malissimo) e sono contento così. Fa il suo, funziona.
Vi ho stupiti? Nel senso: pensavate che io mi sfogassi con cose diverse, tipo – che ne so – il sacco da boxe? Ci avevo pensato, ovviamente, ma il sacco da boxe non dà fastidio ai vicini, che gusto c’è? Adesso arrivo al punto. E il punto è che, quando leggo di attori che si bullano del loro hobby, per giustificare un ruolo o anche solo per definirsi eclettici, mi aggrappo alla poltrona. Che significa? Spesso nulla. Da qui credo che potrei mandare questo pezzo in mille direzioni, per cui ora ne battezzo una: gli attori che incidono dischi. Ok no, questo è sparare sulla Croce Rossa. Ne battezzo un’altra: di recente, al London Film Festival, ho visto Christy, il film che, se fossimo nel ’97, avrebbe mandato Sydney Sweeney agli Oscar per direttissima sulla pura fiducia.

Ho un rapporto di amore/odio con Sydney Sweeney su cui non sto a dilungarmi in questa sede, ma ci sono state ovvie discussioni sul fatto che, mettiamola così, fisicamente sembra tutto tranne una che si guadagna da vivere stendendo altra gente a pugni in fazza, e figuriamoci una leggenda del settore. Puntualmente, sono quindi uscite notizie e fotografie che ci raccontano che Sydney pratica MMA da quando aveva 12 anni. A questo si è aggiunta la solita tiritera dei tre mesi di palestra intensiva per mettere su muscoli, ecc… Poi guardi il film e si vede. Nel senso: si vede che sono solo tre mesi. Il suo background è quanto basta per muoversi senza paura (è già molto), i vestiti larghi danno un forte contributo, ci sono momenti molto fisici degni di grande rispetto, ma per il resto sembra stendere le sue avversarie grazie all’improvvisa magia della sceneggiatura. Fossero gli Avengers chissenefrega, ma in una storia vera, uff… E mi dispiace perché, a parte quello, lei vale da sola il prezzo del biglietto, l’unico motivo per guardarsi un film che narra una storia meritevole, ma che alla fine purtroppo casca nella trappola classica delle biografie moderne, fatte di sceneggiature che piazzano una serie di punti “perché è andata così” e non riescono a unirli in modo davvero organico.
Potrei comunque dire la stessa cosa di Keanu Reeves in John Wick, nonostante pure lui tecnicamente studi arti marziali da una vita – ok, ma con che impegno? L’innovazione recente della 87North, gli stunt designer dietro a roba tipo John Wick, Atomica bionda, e Io sono nessuno, è stata girare attorno al problema ideando in anticipo coreografie su misura per i non-atleti che le devono eseguire, per poterli poi riprendere in modo chiaro e dinamico mentre fanno cose che effettivamente riescono a fare. Molte volte i Bob Odenkirk del caso attraversano comunque questi momenti con l’aria di chi sta ripetendo i gesti meccanicamente stile recita scolastica natalizia sperando di non farsi troppo male, ma è già qualcosa. È meglio di un Liam Neeson che carica il pugno e poi è la cinepresa a fare il gesto atletico per lui, agitandosi fino a farvi prendere la Xamamina. A questo punto arriverei a un tasto dolente: i film sul calcio. State forse già intuendo perché se ne fanno pochi, e meglio così perché purtroppo ho finito lo spazio.
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