New York in primavera è un album di pop music, con qualche rimbalzo rock. È una commedia indie a due voci, lei (Keira Knightley) chitarrista fieramente indipendente, appena scaricata dal fidanzato star (Adam Levine, Mr. Maroon 5); lui (Mark Ruffalo) produttore musicale in declino che non azzecca più una voce e un riff da troppo tempo, mollato dalla moglie (Catherine Keener) e dal socio in affari.
Si incrociano per caso in una sera di comune malessere, lei suona in un locale mezzo vuoto e lui ascolta, immagina un arrangiamento (una batteria, un pianoforte e un paio d’archi), vede l’occasione. Perché non registrare un album a budget zero, usando la città come sala d’incisione e dichiarazione di stile? E così fanno, mettendo in piedi una band di amici e studentelli di talento, scovando ponti, parcheggi, vicoli e terrazze adatti alla registrazione, facendo dell’improvvisazione valore aggiunto e distrazione dai guai, ripartenza. Galeotta sarà la musica, ma anche no, perché una volta tanto la colonna sonora non è la causa o il coronamento di nulla, ma la descrizione di una città e uno stato d’animo, aggiunge senso invece di sottolineare l’ovvio.
È un film miracoloso – Tutto può cambiare – fatto di poche idee e molto talento, romantico ma non patinato, convenzionale ma non stucchevole. Melodia contemporanea impiantata su un’idea di regia vagamente anni ’70 e accompagnata a una scrittura che alleggerisce i dialoghi dei clichè, oltre a infilare almeno due scene da applausi: quella del primo incontro, e un’altra notturna, con i due seduti su un marciapiede. Risponde per giunta a una domanda che ci metteva tutti in agitazione: è ancora possibile cavar fuori qualcosa da New York, dopo Woody Allen e gli Avengers, dopo Scorsese e Nora Ephron e Lena Dunham? Incredibile ma vero, pare di sì: e infatti finisci di vederlo e vorresti già un secondo ascolto.

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