In una casetta che s’affaccia su un mare ingrigito, a pochi passi da un villaggio cileno dimenticato da Dio, colpe indicibili sono vestite con sprezzo, gli impulsi osceni placidamente ottenebrati, i resti viscidi di certezze ciecamente immutate vengono accarezzate. Lì, i giorni sono scanditi dalle preghiere, dai pasti e dalle ore di “tempo libero”, in quello che è un grazioso e intorpidito ritrovo per quattro (ex) preti in penitenza eterna di eterogenei peccati, anche se il posticino «somiglia più a una Spa» e a una casa di riposo per anziani appena un po’ sgradevoli.
L’universo di Pablo Larraín – come anche, soprattutto, in Tony Manero e Post Mortem – vive al solito della distorsione percettiva ed emotiva di sé e dell’esterno, degli altri e del senso etico e morale. Una deformazione che irradia dai “corpi disonesti” dei quattro preti, che vibra violentemente fin dall’inizio in un’apertura tesa e insostenibile che ha il tessuto sensitivo dell’home invasion – perché è proprio questo l’effetto della cantilena appiattita e agghiacciante di un intruso esterno, le sue parole che penetrano e rimbalzano contro i muri della casa e i suoi abitanti come una sventagliata di pallottole, che a nostra volta ci sentiamo appiccicare addosso.
Lui è Sandokan (un nome infelice, un nome ingrato, un nome che è la prima di tante, atroci beffe), è un senzatetto problematico con un profondo ritardo mentale e sociale, è incarnazione collaterale e sintomatologica di una vergogna che sta dietro alle ombre dei quattro come una scia di sangue ininterrotta. Per Sandokan, il reale stesso è una scissione folle e feroce (dal verbo all’atto fisico, per lui è tutto disfunzionale e storto), e non potrebbe essere altrimenti: chi pratica il bene ti ha rovinato la vita, la maschera intoccabile della santità ti ha spaccato l’anima, violato la carne e sputato via il senno.
Sandokan è il corpo onesto – di un’onestà terribile, necessaria, indefessa, prossima, urgente, esistente al di là di noi –, la verità brancolante che sbava, scontornandolo, sull’assetto ordinato e anestetizzante di un’istituzionalizzata sistemazione sociale che vede i colpevoli privilegiati isolati dal mondo, ma convinti di una propria alienante (e alienata) verità, sprovvisti di un percorso di autocoscienza (sballati, spersi e sbandati alla pari, sotto questo aspetto, di Sandokan), propagazioni carnivore e triturate da/di un sistema che nasconde l’unghia incarnita sotto la manica dell’abito lindo, l’organo malfunzionante e cancerogeno in fondo alle viscere, i lupi sulle sponde del mare, lupi che come unica fonte di svago cercano il lucrativo nell’aggressività estroiettata (le corse coi cani), mantengono salda a sé la convinzione ideologica, si costruiscono una scarnificata struttura interiore di sopravvivenza e di lettura dell’esistente (strepitoso il padre Vidal del come sempre immenso Alfredo Castro). Non esiste elevazione spirituale, tutto in Il Club è luridamente terreno, dal rumore che fa il sangue spazzato via a fatica dagli sporchi gradini passando per le litanie religiose pronunciate in sincrono come una recita punitiva fino alla carne espiatoria finale, dove ancora una volta è il corpo dei deboli (del prossimo nostro minore, reietto, sacrificabile) a pagare per ristabilire la vile normalità.
Davanti a tutto questo, allo squarcio sulla piaga endemica dell’orrore, ecco che il volenteroso indagatore della ‘Nuova Chiesa’, posto di fronte a intorcigliamenti etici e fratture morali, preferisce aspettare, ascoltare in silenzio, assistere alla propagazione dell’orrore per far rientrare nei ranghi silenziati l’istituzione a cui si è ormai assuefatti. E provvede a detergere le ferite e impartire una pena di contrappasso che annega i residui umani in un tragicomico, malato, sterile ribaltamento. Inizio pena mai, fine pena mai; e senza che anima alcuna se ne accorga.
Vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015.
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