Negli ultimi anni, le serie true crime sono diventate sempre più popolari presso il grande pubblico. Ma attenzione a definirle soltanto un fenomeno di intrattenimento: in più di un’occasione, grazie all’attenzione mediatica generata – soprattutto con le serie distribuite da Netflix, che spesso vengono viste da milioni e milioni di spettatori – questi prodotti si sono trasformati in un prezioso aiuto per arrivare finalmente alla risoluzione di casi aperti da molti anni.
L’ultimo esempio viene proprio da Netflix, dove nelle ultime settimane si è imposta all’attenzione degli utenti la docuserie La scomparsa di Amy Bradley, incentrata su un caso che ha visto coinvolta una cittadina americana di 23 anni e che figura tuttora irrisolto. Nel marzo 1998, Bradley è misteriosamente scomparsa mentre si trovava con la famiglia su una nave da crociera della Royal Caribbean International, in rotta verso Curaçao. Le circostanze del fatto non sono mai state chiarite: negli anni sono state avanzate numerose ipotesi, dal suicidio alla caduta accidentale in mare, passando per l’omicidio e il rapimento. Quest’ultima ipotesi si è affermata soprattutto dopo diversi presunti avvistamenti, secondo i quali la giovane donna sarebbe stata rapita e introdotta in un traffico di prostituzione nell’area dei Caraibi. L’FBI, tuttavia, non è mai stato in grado di confermare tali sospetti.
La docuserie true crime Netflix, pubblicata a luglio, ripercorre le varie teorie accumulatesi nel corso degli anni, interrogando i familiari, i testimoni e le figure coinvolte nell’indagine. Dopo ben quattro settimane nella Top 10 dei contenuti più visti, la grande novità è che lo show potrebbe aver effettivamente contribuito a riaprire il caso. Stando a quanto affermato da THR, i genitori e l’FBI avrebbero infatti ricevuto nuovi importanti indizi che avrebbero portato alla creazione di tre piste significative. Il caso sarebbe stato quindi riaperto, anche grazie ai fondi raccolti dalla vendita della serie a Netflix.
La prima pista segue la testimonianza di una barista che era in servizio la notte della scomparsa della ragazza. La donna non si è mai rivelata prima d’ora alle autorità e ha scelto di testimoniare soltanto di recente, sensibilizzata dalla visione della docuserie. Nella serata in cui Amy Bradley è stata allontanata dalla sua famiglia, la donna – che parla pochissimo inglese – avrebbe urlato «La Señorita è stata rapita!», ma sarebbe stata immediatamente zittita da un collega, che l’avrebbe poi allontanata dal bancone del bar e portata sul retro per non farla parlare.
La seconda pista riguarda invece una segnalazione avvenuta sul sito ufficiale dedicato alle indagini, che ancora oggi offre fino a 250.000 dollari per chi fosse in possesso di informazioni concrete sull’ubicazione della donna. Dopo la trasmissione della serie true crime su Netflix, l’FBI avrebbe ricevuto un messaggio “altamente sospetto” proprio tramite questo sito. Attraverso la geolocalizzazione, collocata alle Barbados, gli agenti sarebbero al lavoro per rintracciare il mittente, dietro il quale potrebbe nascondersi anche Bradley stessa, in un tentativo di contattare la famiglia dopo molti anni.
Infine, l’ultima pista che gli investigatori stanno percorrendo è quella che riguarda il possibile figlio della donna, un’ipotesi che viene toccata anche nel documentario. Sembra che dopo la diffusione della serie, all’FBI siano pervenute nuove informazioni che potrebbero avvalorare questa ipotesi. Secondo la fonte di THR, si tratterebbe di un bambino nato dalle violenze subite come sex worker, e non avuto liberamente.
Chiaramente, si tratta di fonti tutte da confermare e di ipotesi che ancora non hanno prodotto nulla di concreto. Mentre attendiamo aggiornamenti ufficiali, però, vale la pena sottolineare ancora una volta il potere delle serie TV e l’impatto reale che riescono ad avere, persino su casi drammatici come questo.
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