«Un film per idioti», «Il più stupido mai realizzato da uno studio importante», «Evoca non terrore ma risate». Queste furono alcune delle recensioni che, nel 1977, accolsero uno dei sequel più attesi della storia del cinema. L’attacco fu talmente violento da spingere il suo regista a confessare di aver pensato seriamente al suicidio. Oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, quell’opera maledetta torna al centro del dibattito grazie a un documentario presentato alla Mostra di Venezia che invita a rileggerla sotto una luce diversa.
Il film incriminato è Exorcist II: The Heretic, seguito del cult horror L’Esorcista di William Friedkin. Tutto lasciava presagire a un successo annunciato: l’originale era diventato uno dei maggiori incassi di sempre, il pubblico era assetato di un nuovo capitolo e il nome di John Boorman, reduce dal trionfo di Un tranquillo weekend di paura, prometteva ambizione e visione autoriale. Ma l’impatto fu devastante.
Al posto delle teste che ruotano e del vomito verde che avevano scioccato gli spettatori nel 1973, Boorman scelse di spostare l’attenzione su metafisica, simbolismo e surrealismo. Linda Blair tornava nei panni di Regan, qui trasformata in una teenager sorridente che balla tip-tap e si sottopone a terapie ipnotiche con un bizzarro macchinario gestito da una psichiatra interpretata da Louise Fletcher. Richard Burton era il sacerdote incaricato di affrontare il male, in una trama che però confuse e fece ridere più che spaventare.
Il weekend di apertura registrò incassi da record, spinti dall’attesa. Ma il passaparola si rivelò micidiale: il pubblico fischiava, rideva, arrivava a lanciare popcorn contro lo schermo e persino – secondo Friedkin – a inseguire i dirigenti della Warner per strada. Dopo pochi giorni gli incassi crollarono e Boorman, disperato, tentò un rimontaggio in extremis. La ferita personale fu profonda: «Valutai due opzioni, il suicidio o la diserzione in Russia», dichiarò amaramente, arrivando a chiedere se poteva espiare il fallimento “immolandosi su Hollywood Boulevard”.
A complicare la produzione c’era stata anche una serie di sfortune: la morte dell’attore Lee J. Cobb, malattie che colpirono cast e troupe, persino un’infezione polmonare che costrinse Boorman a fermare le riprese. Come se non bastasse, l’uscita del film coincise con quella di Star Wars, destinata a cambiare per sempre il volto di Hollywood e a spingere gli studios verso i franchise spettacolari, relegando opere sperimentali come L’Eretico a simboli di un’epoca finita.
Oggi, però, la storia viene riletta. Il documentario Boorman and the Devil di David Kittredge, presentato in anteprima alla Mostra di Venezia, invita a riconsiderare il film non solo come un clamoroso fallimento, ma come un’opera visionaria incompresa. Vengono messi in evidenza la colonna sonora ipnotica di Ennio Morricone, le scenografie raffinate di Richard Macdonald, l’uso pionieristico della Steadycam di Garrett Brown e l’ambizione di Boorman di trasformare un horror mainstream in un’opera quasi d’arte.
Boorman, oggi 92enne, ha nel frattempo ricostruito la sua carriera con titoli come Excalibur e Hope and Glory, ma ammette che «la vecchia ferita» non si è mai rimarginata. Forse, grazie a Venezia, quel “film per idioti” potrà finalmente trovare la sua riabilitazione critica.
Leggi anche: C’è solo un horror recente che è riuscito a spaventare persino il regista de L’Esorcista
© RIPRODUZIONE RISERVATA