Piccolissimi occhiali tondi, con la montatura dorata che quasi non si vede, gli pendono dalla t-shirt grigia. La camicia aperta a quadri blu richiama gli occhi, ed è un atto di vanità così minuscola in un abbigliamento da aula universitaria, da far pensare a una coincidenza.

Jesse Eisenberg, 33 anni, neyorkese ed ebreo, nato nel Queens, è commediografo, autore di racconti, regista, attore di cinema e teatro, amante dei blockbuster svergognati (Now You See Me, Batman v Superman) come delle anomalie d’autore, perché, dice: “Amo la varietà, dopo un film piccolo mi piace girarne uno enorme, dove recito qualche minuto davanti a un green screen, in mezzo al niente, e mi ritrovo protagonista di scene incredibili. E poi magari torno a teatro”.

A Cannes – a vederlo non lo immagineresti mai – è venuto con un ruolo da casanova, negli anni ’30 ricreati da Woody Allen e Vittorio Storaro: è il protagonista di Café Society, aspirante sceneggiatore che si innamora della segretaria di un potentissimo agente dei divi, che per coincidenza è pure suo zio.

Magrissimo (“È l’ansia”), dinoccolato, in un college movie sarebbe il nerd della compagnia. Eppure qui, nel giro di un’ora e mezza, si ritrova tra le braccia Kristen Stewart e Blake Lively, due tra le donne più belle di Hollywood, senza perdere un grammo di credibilità.

Lo incontro per parlare del film durante i primi giorni del Festival di Cannes, la sera dopo il red carpet, e resto colpito dalla frenesia dei gesti e della parole, con gli occhi che non si fermano un momento e lo rendono molto simile al suo Lex Luthor: una mente impressionante, che non dà tranquillità.

Come sei entrato in contatto con Allen, ti ha scritto una lettera, come vuole la leggenda?
«Sì, ma lo ha fatto a macchina, non a mano. Un paragrafo, una frase in cui mi chiedeva se volevo prendere parte al suo film. Lui ha una maniera di mettere insieme il cast abbastanza inusuale. Sai, molti film con questo tipo di budget, che è da cinema indipendente, ci impiegano quasi un anno solo per trovare degli attori famosi disposti a entrare nel progetto, in modo che poi i loro nomi possano servire a raccogliere i fondi che mancano. Lui invece semplicemente scrive agli attori se sono disponibili nella data indicata, e se questi non possono chiede a qualcun’altro, quindi tutto avviene in maniera molto diretta e veloce».

Avevi già lavorato due volte con Kristen Stewart, in Adventureland e American Ultra, com’è stato tornare sul set con lei?
«Grande! Sapete, Kristen è una delle attrici più inusuali con cui ti può capitare di lavorare… È molto altruista e si preoccupa principalmente del fatto che una scena venga bene nel suo complesso, anche se magari in una certa inquadratura lei non è perfetta. È un modo di pensare e di agire rarissimo in questo mondo, soprattutto da parte di una donna così giovane e bella che spesso è anche sulle copertine delle riviste glamour. In realtà è una delle persone più sorprendenti che io abbia mai incontrato sotto questo punto di vista».

Hai modellato il tuo personaggio sulle interpretazioni di Woody Allen da giovane?
«No, in realtà mi sono unicamente concentrato sull’interpretare il mio personaggio nella maniera più emozionante possibile. Non volevo essere divertente, o buffo, o naif, volevo che fosse sincero e non per forza sarcastico, nel tentativo di renderlo più personale. Ovviamente lo script è di Woody Allen, nel suo stile particolare, e lui stava a venti centimetri da me dandomi indicazioni, mentre giravamo, quindi incosciamente credo sia impossibile non essere influenzati o ispirati da lui».

Il film è diviso in due, e il tuo personaggio cambia molto.
«Nella prima metà sono una persona inesperta, molto insicura ma gentile, mentre nella seconda metà del film il mio personaggio cresce e matura, e diventa un uomo composto e rilassato, un business man di successo».

Credi di avere qualcosa in comune con il tuo personaggio?
«Sì, certamente, anche io nella mia vita mi ritrovo a vivere entrambi questi stati d’animo. Sono sempre molto nervoso quando mi confronto con una nuova situazione, ma quando poi entro in sintonia con quello che sto facendo, divento molto più posato, sicuro e rilassato».

Allen vi ha incoraggiato a improvvisare?
«Assolutamente sì, anche perché gli piace ricreare ogni scena come se fosse a teatro, con una sola inquadratura per ripresa, senza molte camere e punti di vista che poi vengono montati insieme. Questo impone agli attori una certa naturalezza, perché tutto deve accadere in maniera totalmente spontanea, e ovviamente richiede una certa dose di improvvisazione. È da lì che poi scaturisce il vero spirito del film, perché ogni attore usa la propria sensibilità e la propria ispirazione».

È la tua seconda volta con Woody, dopo To Rome with Love: è cambiato qualcosa?
«Stavolta ho una parte più importante, il che mi ha permesso di trascorrere più tempo con lui, anche se in realtà non gli piace parlare molto dei personaggi. Questo però è buffo: continuava a ripetermi  – quando stavamo girando la prima parte del film e il mio personaggio era insicuro e impacciato –: “Sai, tra pochissimo inizieremo a girare la seconda parte”, e io “Certo”, e lui “Sai, non dovrai più essere così impacciato, non potrai continuare a recitare così, credi di sapere come fare? Perché manca poco”. E io: “Certo che sì, tranquillo, lo so che devo cambiare!” (tutto questo lo dice imitando Woody Allen a meraviglia, poi ridacchia, NdR). Credo che lui non sapesse che avevo volutamente interpretato il personaggio in quella maniera nervosa e naif, pensava che fossi così io, e non sarei stato capace di fare altrimenti. Ora che facciamo interviste lui parla di me proprio nel modo in cui io parlo di me stesso, ovvero come di un attore che sceglie e decide come interpretare il proprio ruolo, ma credo che inizialmente, al momento del casting, avesse in mente qualcuno che interpreta se stesso… Ma questo non è il mio approccio al lavoro».

In generale, eri più nervoso la prima volta che hai lavorato con lui?
«Certo, perché la prima volta non l’avevo mai incontrato, mi sono presentato direttamente sul set e il suo assistente mi ha detto: “Ok, cammini fino qui, dici la tua battuta, e finisci la scena”, e in pratica ho potuto appena intravederlo in fondo alla sala dove giravamo. Ho fatto la scena, poi loro sono andati avanti con quella successiva come se nulla fosse. È stato un modo stranissimo per me di lavorare, perché ad esempio a teatro ti confronti con il regista almeno per due mesi. Ma alla fine mi piace molto, perché lui dà agli attori molta più responsabilità, affidandosi al loro istinto invece che seguirli e correggerli in ogni momento».

In generale mi pare che tu sia un fan di Allen da molto tempo.
«Certo, e lui questo lo sa, ma io non ne parlo molto per paura di spaventarlo (ride)».

I dialoghi sono sempre uno degli aspetti più importanti nei film di Woody Allen, ma questo è uno dei casi in cui anche lo stile, la messa in scena, è decisiva per il tono generale.
«Sì, è strano, perché ti ritrovi sul set e improvvisamente c’è una vera band che suona dal vivo musica dell’epoca, e la cantante della band è davvero un’esperta di quel genere, e ogni cosa è perfettamente riprodotta, la luce è dappertutto, le pareti stesse del locale la emanano, ogni costume e ogni dettaglio di arredamento sono di quegli anni… Insomma, l’obiettivo è quello di girare una scena che sia bella non solo in camera, ma anche dal vivo, e quindi ti rendi conto che ti aspetta un’esperienza davvero surreale, entri in un’altra epoca, un mondo romanticamente glamour che non esiste più. Poi esci dal set, cammini fuori e magari vedi dei tizi in pigiama o in tuta che sembrano appena usciti da un corso di yoga».

Hai notato qualche differenza ora che Allen lavora in digitale?
«No, in realtà per il suo modo di fare cinema non è cambiato granché, l’unica cosa che si modifica è la possibilità di intervenire in tempo reale sulle immagini direttamente attraverso le camere. Come attore preferisco il digitale, perché mi piace molto improvvisare, e magari puoi recitare per 30 minuti consecutivi, rimanendo molto concentrato e poi scegliere subito le performance che ti convincono di più. Con la pellicola tradizionale è impossibile, al massimo hai 4 minuti consecutivi. Per dirti, ho terminato il mio primo lavoro da regista domenica scorsa, il pilota di una serie tv, e l’ho realizzato in digitale: il protagonista del mio show è un ragazzino di 10 anni e per lui ovviamente girare in digitale è stato un grosso vantaggio, perché in quei trenta minuti aveva la possibilità di provare più volte, cosa che con la pellicola sarebbe stata impossibile. Insomma, preferisco la tecnologia, non ho particolari legami emotivi con la pellicola».

Come ti sei trovato in questo scenario del passato? Dev’essere stato anche divertente.
«Credo che Allen sia molto interessato a tutto quello che ha a che fare con il passato, è come se fosse “miope”, nella concezione più positiva del termine, ovvero sempre molto focalizzato su quello a cui sta lavorando, e penso che questo sia anche uno dei motivi per il quale riesce ad essere così prolifico, proprio perché lavora e si concentra come se avesse dei paraocchi. È una caratteristica fondamentale per un regista, perché è un lavoro in cui nessun altro può aiutarti, nessuno è così coinvolto nel film se non la persona che lo sta dirigendo».

Cosa puoi dirmi di questo serial che stai girando?
«Si chiama Bream Give Me Hiccups, ed è tratto da una storia breve di una raccolta che ho scritto io stesso. Per ora c’è solo il pilot, speriamo di venderlo a qualche network e fare anche il resto. Parla di un bambino e di sua madre, sono stati abbandonati dal padre e cercano di crescere insieme. Ogni episodio si svolge in un ristorante differente, e lo show è sempre raccontato dalla prospettiva di questo ragazzino di dieci anni che in pratica scrive le recensioni dei ristorante dove ha mangiato… A pranzo va in ufficio dalla madre e scrive la sua recensione, e quindi la storia viene raccontata attraverso dei flashback di quello che ha fatto la sera prima con la mamma. Lei lo porta sempre a mangiare fuori perché il padre ha accettato di pagare per tutto quello che fa il figlio. Quindi passano da un ristorante all’altro, senza amici, e poi mettono tutto in conto al papà. La protagonista è Parker Posey (che ha recitato anche negli ultimi due film di Woody Allen, NdR)».

Chiudiamo con Batman v Superman. Com’è stato far parte di questo progetto?
«È il lavoro migliore del mondo, perché non è stato particolarmente impegnativo, ero solo un attore di supporto. Ho visto green screen per sei mesi, mi sono limitato a recitare qualche scena, e stop: alla fine mi sono ritrovato nei credit di questa immensa produzione pop. Ovviamente non ho il fisico per interpretare un supereroe e quindi in questo senso mi sono sentito particolarmente fortunato (ride)».

(Nella foto, Jesse Eisenberg con il direttore di Best Movie, dopo l’intervista)

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