La masterclass di Clint Eastwood a Cannes

Un’icona vivente. Scolpita nelle rughe, nel portamento cadenzato e tutto d’un pezzo, nella gravità di un volto irripetibile, con o senza cappello, con o senza quel sorriso sghembo, simile a un taglio o a una breccia a seconda dei casi, che continua a illuminarne la presenza. Clint Eastwood, visto dal vivo, non è nulla meno che un monumento: in quanto tale, ma anche in prospettiva, perché il cinema l’ha ingerito a valanga in gioventù, al fianco di grandi maestri come Sergio Leone e Don Siegel, e poi risputato in età matura attraverso capolavori fatti ombre e di umanità, di neoclassicismo essenziale e impareggiabile.

Il passo del Clint di oggi è lento e fermo. Proprio come le sue parole e il suo tono di voce, preciso e misurato, che pare risuonare da una caverna profondissima eppure serena, imperturbabile, dominata dalla quiete e dall’equidistanza. A 86 anni una voce di cui essere fieri, da imporre con naturalezza, più che da ostentare. Perché Eastwood è uno che ostenta pochissimo, come gli attori dei suoi set hanno più volte sottolineato lodandone la calma olimpica, il pacato distacco, l’impassibilità carica di senso.

A Cannes 70, per omaggiarlo, è stato proiettato in versione restaurata all’interno di Cannes Classics Gli spietati, suo western autunnale che chiudeva idealmente un percorso, per Eastwood e per il genere stesso. Ma la presenza del maestro americano a Cannes è stata soprattutto l’occasione per una masterclass, moderata dal critico americano Kenneth Turan, nella quale Eastwood ha generosamente toccato vari aspetti della sua carriera incantando il pubblico presente. A partire proprio dal film del 1992: «Non avevo realizzato che Gli spietati avesse già 25 anni, perché a me sembravano passati al massimo cinque anni. Quando ho letto il copione all’epoca ho pensato che potesse essere il mio ultimo western, come in effetti è stato, vista la natura della storia. Ma mai dire mai, chissà se verrà fuori qualcosa all’orizzonte…».

Il film era dedicato a Sergio Leone e Don Siegel. «Ho vissuto i miei esordi con loro, sono stati due mentori. Ho imparato tantissimo da Sergio, sceglieva sempre le immagini giuste e le facce più appropriate. Don Siegel era invece estremamente efficiente, pensava e girava con velocità. Ma non si impara solo dai maestri, io personalmente ho imparato anche dai registi pessimi con cui ho lavorato, perché mi sono reso conto grazie a loro cosa non fare mai su un set!».

L’incontro con Leone è arrivato tuttavia un po’ per caso a essere così decisivo. «Il mio agente mi chiese se volevo andare in Italia per interpretare un western, che era anche il remake di un film giapponese. Siccome facevo già tanti western a casa mia non è che fossi proprio eccitato all’idea. Preferivo quasi andare a pesca. Però leggendo la sceneggiatura mi sono accorto che sarebbe stato un remake de La sfida del samurai di Kurosawa. Nessuno avrebbe mai voluto farlo, pensai, ma Sergio lo stava facendo. All’epoca appresi solo da Variety il cambio del titolo, il film doveva chiamarsi Il magnifico straniero ma io non sapevo che era stato rinominato Per un pugno di dollari…».

Con Siegel, invece, è andata diversamente. «Mi piaceva il copione di Dirty Harry, era veramente avanti per quei tempi. Quando l’ho letto lo ho subito passato a Don Siegel e lui lo ha amato. Molti pensavano che fosse politicamente scorretto: era l’inizio dell’epoca in cui viviamo oggi, dove tutto è politicamente corretto o scorretto. Non c’è più sense of humour, di questi tempi. Io invece, all’epoca, vivevo più che altro il sogno di un ragazzino nell’interpretare un poliziotto che usa armi da fuoco gigantesche, era questa la dimensione…Vale anche per Filo da torcere, il mio film con un orango tango. La critica lo ha odiato, ma il pubblico ha riempito le sale. Fare delle cose ridicole vuol dire proprio avere la possibilità di tornare bambino. A Don proposi io anche La notte brava del soldato Jonathan (il film di cui Sofia Coppola ha realizzato il remake L’inganno (The Beguiled), in concorso quest’anno a Cannes, ndr). Un film sperimentale, ma ebbe un enorme successo in Italia e in Francia, ricordo il suo tour promozionale».

Al centro della carriera di Eastwood c’è senz’altro il western, genere che gli ha donato fama e riconoscibilità, ma in tenera età il futuro regista si è cibato di cinema di ogni tipo. «Sono cresciuto negli anni Trenta e Quaranta, a quell’epoca non c’era ragazzino che non sognasse di prendere parte a un western. In quegli anni non c’era ancora la TV ma solo il cinema, che era il riferimento principale e il punto di riferimento imprescindibile per tutto. Adoravo ogni cosa: i film con Gary Cooper, quelli con Jimmy Stewart, e poi naturalmente c’era John Wayne. Mi divertivo anche con i western di serie B che erano assai spassosi. Oggi vedo pochissimi film: non ho avuto tempo negli ultimi anni perché ho girato American Sniper e Sully uno dopo l’altro. Di tanto in tanto mi capita di riguardare vecchi film: amo Billy Wilder, l’altro giorno ho rivisto Viale del tramonto, uno dei miei film preferiti».

Un’infanzia non semplice, quella di Clint da bambino, pur essendo scandita dal cinema e dalle sue emanazioni. «Negli anni della Grande Depressione con la mia famiglia ci spostavano di continuo, stando sei mesi in una città e poi subito dopo in un altro posto, ricordo ad esempio il passaggio da Sacramento alle Palisades, dove c’era solo una pompa di benzina dove lavorava mio padre. Io e mia sorella non capivamo che la nostra famiglia stesse morendo di fame perché i miei si assicuravano sempre di mettere del cibo nei nostri piatti. Ho capito tutto in seguito e il rispetto per i miei genitori è così cresciuto a quel punto a dismisura. Oggi sono tempi diversi, non devi certo preoccuparti di determinate cose, ma all’epoca era differente».

Nell’adolescenza, però, ecco arrivare una prima esperienza nella recitazione. Anche se non proprio idilliaca né tantomeno memorabile, in realtà. «Ho partecipato a uno spettacolo teatrale a scuola. Era così brutto che alla fine risultava involontariamente divertente. Ho detto ai professori: “Non chiedetemi mai più di fare una cosa del genere!”. Poi però negli anni Cinquanta ho fatto amicizia con un direttore della fotografia, che mi ha un po’ cambiato la vita: stava finendo di girare un film e mi ha invitato durante l’ultimo giorno di riprese. Mi dava 75 dollari a settimana, ma poi mi hanno licenziato, così per sopravvivere mi sono messo a fare dei piccoli ruoli in tv…Ogni tanto recitavo anche al cinema. Alla fine degli anni Cinquanta ho fatto un provino per Gli uomini della prateria (Rawhide). Mantenermi riuscendo a fare l’attore era un sogno che si avverava».

Tra i film più importanti di Eastwood da regista ci sono sicuramente Mystic River, con Sean Penn  e Tim Robbins e I ponti di Madison County con Meryl Streep e se stesso da protagonisti, due film diversissimi ma anche due capisaldi indiscussi della sua filmografia. Oltre che due adattamenti da libri, rispettivamente di Dennis Lehane e Robert James Waller. «Avevo letto una recensione del libro di Dennis Lehane su Usa Today in cui “spoileravano” molti aspetti del romanzo. Ciò stimolò la mia curiosità e mi affrettai a comprare il romanzo, volevano farlo tutti subito, Sean compreso. Fu un film facile e divertente da girare, lasciai fare le prove sul set agli attori ma poi io sul set faccio pochi ciak perché voglio cogliere il momento in cui gli attori pronunciano una frase per la prima volta, animare il set, creare lo spirito giusto a suon “di buona la prima!”. I set devono rimanere calmi, come gli agenti del servizio segreto della Casa Bianca ai tempi di Gerald Ford presidente, che comunicavano a bassissimo volume attraverso microfoni nascosti nella mano. Invece I ponti di Madison County come libro non lo amavo, ma pensai che si poteva migliorare se lo avessimo fatto dal punto di vista di una donna. Neanche a Meryl piaceva, ma proponendogliela così accettò il ruolo».

E in chiusura: Eastwood, come attore? Ha forse in programma di tornare a recitare? «L’ultima volta che ho recitato risale al 2012 nel film Di nuovo in gioco. Fare l’attore non mi manca tanto, è un mestiere che ho praticato veramente per tantissimi anni, quindi non ne sento il bisogno. Con il ruolo giusto però potrei tornare, mi piace lavorare e voglio sempre rimanere concentrato su qualcosa. Il cinema è completamente emotivo, non è del tutto intellettuale. Un esempio: mi piace giocare a golf, ma non voglio doverlo fare per forza, stando lì decrepito a tentare di colpire la pallina. Vale la stessa cosa con il cinema».

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