Cesare e i suoi seguaci in War - Il pianeta delle scimmie

Cesare e la sua colonia di scimmie sono invischiati in una guerra senza esclusione di colpi con l’esercito dei soldati umani. Un conflitto lungo e logorante, nel quale le perdite ormai non si contano più e Cesare, interpretato ancora una volta in maniera strabiliante dal mago della performance capture Andy Serkis, affronta il protrarsi delle ostilità con quieto distacco. Una maschera di impassibilità che però tradisce anni e anni di sangue versato alle spalle: una disperazione che, a forza di trascinarsi, si è trasformata in rassegnazione solo marginalmente velata di crudeltà, in una fermezza affamata di vendetta che tenti in ogni modo possibile di camuffare le proprie debolezze e malinconie.

Matt Reeves, con gli ultimi due film della saga de Il pianeta delle scimmie dei quali ha firmato la regia, ha rilanciato il reboot/prequel partito nel 2011 con L’alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt con una lucidità d’azione e di pensiero davvero ammirevoli e sensazionali. Le immagini di Reeves svettano nella media dei blockbuster contemporanei perché sono immagini pensanti, affettive, a misura di ragionamento e di emozione: le vedi vivere e palpitare mentre le guardi, le osservi mentre palesano, senza ostentarle, un’etica, una giustezza, una misura impareggiabili.

La polarità tra bene e male che si viene a creare in The War – Il pianeta delle scimmie, cupissimo e bellico, straziante e dilatato all’inverosimile, è una lotta tra due opposte visioni del mondo e della civiltà, una regressiva – quella umana, non a caso – e l’altra progressiva – quella dei primati – che Reeves mette in scena con la stessa abbagliante purezza filosofica con cui James Gray, come scrivevamo su queste pagine, realizzava con Civiltà perduta il suo personale Cuore di tenebra. Non è un caso, dopotutto, che il colonnello di Woody Harrelson, spiritato e disturbato nei suoi propositi distruttivi, guardi così da vicino all’iconografia di Kurtz, riuscendo nel miracolo di non produrre un rimando automatico ma costruendo piuttosto un omaggio intelligente e radicale, diviso tra la spietatezza silente e serafica dell’aggressione e l’ellissi di gesti estremi che avvengono, magari, anche fuori campo.

Gray e Reeves hanno in comune l’eloquenza di idee e prassi mai macchinose, che sanno aderire ai codici di un cinema anche popolare e industriale sulla carta, nel caso del primo, e del blockbuster, per il secondo, con una nettezza e una chiarezza di intenti e di visioni che non risparmiano certo delle sfide ambiziosissime, altrettanto palesi e inseguite con una dose notevole di passione, abnegazione e romanticismo. Lo si vede fin dalla prima scena di The War – Il pianeta delle scimmie, dove le inquadrature dall’alto (i plongée) e i movimenti di macchina, anche complessi e coreografati al millimetro, sono usati per evocare una crudezza e uno stupore dal sapore ancestrale. Gli unici elementi con i quali è possibile, a conti fatti, raccontare un incontro/scontro che determinerà il futuro della specie umana e animale, oltre che i giorni futuri della Terra.

I tempi, in The War – Il pianeta delle scimmie sono diluiti in nome della dittatura della malinconia e della commozione, non certo dello spettacolo, che pure è ammaliante e di grandissima portata audiovisiva. In virtù di ciò quella di Reeves è quasi un’oasi sperimentale, per un ecosistema di film a grosso budget e con un dispendio enorme di effetti speciali: non lesina nulla sul piano dell’impatto estetico e viscerale ma, con equilibrismo pressoché miracoloso, riesce anche a mostrare la tenerezza di un contatto impossibile e innocente tra una bambina umana depositaria di un avvenire impossibile (la piccola Nova) e una scimmia, a intavolare un personaggio che sembra un Gollum non meno ammattito ma molto più infantile (Scimmia Cattiva, interpretata da Steve Zahn), ad alternare paesaggi caldissimi e scene innevate e gelide con uguale perizia atmosferica.

Un film che non può non vivere di contrasti, The War – Il pianeta delle scimmie, nonché una delle più efficaci rappresentazioni del conflitto nel cinema mainstream recente. Un’opera che parla di sopraffazione, proprio come Civiltà perduta di Gray, mostrando come la Storia con la s maiuscola reiteri le proprie colpe in maniera selvaggia ed immemore per tramite di coloro che di volta in volta la abitano, faticando a rintracciare il nocciolo dell’umano in ciò che si ritiene inferiore o sottomesso, perché il progresso è sempre e comunque lineare e non c’è posto, in ciò che è lontano nel tempo o subalterno in epoche presenti, per un briciolo di considerazione sotto il profilo sociale, culturale, collettivo. Perfino il Cesare di Serkis, del quale questo film esplora il lato umano e dai cui dissidi siamo partiti, è scisso tra senso del dovere e individualismo, tra apertura e chiusura.

Se siamo di fronte, in The War – Il pianeta delle scimmie, al punto d’arrivo di tutta la specie umana, di sicuro si tratta anche di un apice risolutivo per tutta la saga, perché Reeves si conferma davvero un regista multiforme, acuto e scrupoloso, oltre che innamorato delle sue creazioni. Ragion per cui ogni fotogramma del film, dall’inizio alla fine, è curato con amore contagioso, nella sua compresenza di emozione e raziocinio: dai primi piani spaventosi ed espressionisti, siano essi tesi verso l’ira o il pianto non fa alcuna differenza, ai tanti rimandi biblici (il colonnello e il suo sacrificio filiale alla Abramo) e cristologici (il motivo, ossessivo, della crocifissione, la Via Crucis, le frustrate dei primati dissidenti ai propri simili). Passando per una spiritualità contemplativa dal sapore apocalittico che non può non far pensare ai tanti fronti bellici contemporanei, da Aleppo a Mosul, a un omaggio alla dignità sussurrata di ogni resistenza e a un urlo di dolore a cuore e a cielo aperto contro l’insensatezza di ogni martirio.

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