Undertone è un horror spaventoso da sentire
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Questo nuovo horror della A24 è un incubo più spaventoso da sentire che da vedere

Solo in pochi riescono davvero a reggerlo fino alla fine. Per molti spettatori, è un'esperienza da qualsiasi cosa abbiamo mai sperimentato

Questo nuovo horror della A24 è un incubo più spaventoso da sentire che da vedere

Solo in pochi riescono davvero a reggerlo fino alla fine. Per molti spettatori, è un'esperienza da qualsiasi cosa abbiamo mai sperimentato

immagine dall'horror undertone

Ci sono film horror che scelgono di aggredire lo spettatore frontalmente, facendo dello splatter, del corpo martoriato, dell’incubo visivo e della costruzione dell’immagine il loro territorio naturale. Altri, invece, lavorano in sottrazione: mostrano poco, chiudono lo spazio, eliminano quasi ogni via di fuga e lasciano che sia qualcos’altro a insinuarsi sotto pelle. È il caso di Undertone, nuovo horror scritto e diretto da Ian Tuason, distribuito da A24 negli Stati Uniti, che sembra partire da una domanda molto semplice e molto inquietante: cosa succede quando la paura non arriva da ciò che vediamo, ma da ciò che crediamo di aver sentito?

Il film ha per protagonista Evy, interpretata da Nina Kiri, conduttrice di un podcast paranormale insieme all’amico Justin, doppiato da Adam DiMarco. Lei è la parte razionale della coppia, la scettica chiamata a smontare suggestioni, leggende e presunte presenze; lui è invece più disposto a credere che dietro certi racconti possa nascondersi qualcosa di reale. La vita di Evy, però, è già attraversata da una tensione privata: la donna è tornata nella casa di famiglia per prendersi cura della madre malata e in stato comatoso, una presenza muta ma costante al piano superiore, che trasforma l’abitazione in un luogo sospeso tra dovere, lutto anticipato e isolamento.

L’equilibrio si incrina quando Justin riceve un’e-mail anonima contenente dieci file audio. Le registrazioni sembrano documentare la quotidianità di una coppia, Mike e Jessa, alle prese con strani fenomeni notturni. All’inizio c’è il sospetto di trovarsi davanti all’ennesimo caso ambiguo da podcast: voci nel sonno, rumori, frasi spezzate, possibili messaggi nascosti. Poi, ascolto dopo ascolto, quelle tracce iniziano a contaminare anche la realtà di Evy. Il film costruisce così la propria tensione su un meccanismo essenziale: non chiede allo spettatore di guardare meglio, ma di ascoltare con più attenzione. E più si ascolta, più ogni suono sembra poter significare qualcosa.

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È qui che Undertone trova la sua identità più forte. L’horror di Tuason non punta tutto sull’apparizione, ma sulla suggestione acustica: cuffie, microfoni, rumori domestici, filastrocche distorte, bisbigli appena percepibili, silenzi che diventano insostenibili. Come ha spiegato lo stesso regista ad Associated Press, «il suono nei film lascia spazio al pubblico per immaginare ciò che non vede». È un principio che il film prende alla lettera: l’immagine resta spesso povera, chiusa, quasi ordinaria; è l’audio a spalancare l’abisso.

Non a caso, l’accoglienza critica ha insistito proprio su questo aspetto. Il consenso critico di Rotten Tomatoes parla di un film che usa «spazio negativo e audio inquietante» fino a diventare «un incubo uditivo diabolicamente immersivo». Dread Central lo ha definito un’opera che usa «suono e interpretazione in perfetta disarmonia» per creare un’esperienza terrificante, mentre PopHorror ha sottolineato come il film costringa gli spettatori «a sporgersi e ascoltare», tra rumori lontani, filastrocche al contrario e sussurri quasi impercettibili. Anche tra le reazioni del pubblico il concetto torna con forza: su Rotten Tomatoes, una recensione definisce Undertone la prova che «tutto ciò che serve per creare un film terrificante è un attore, lo schermo di un computer e un sound design creativamente inquietante». Su Metacritic, un utente scrive invece che il sound design è «diverso da qualsiasi cosa abbia sperimentato» e che è proprio quello a portare il film oltre il traguardo.

La forza del film, quindi, non sta soltanto nella sua storia di possessione, podcast e registrazioni maledette, ma nel modo in cui trasforma l’ascolto in una forma di vulnerabilità. Evy non è minacciata da un mostro che entra in campo con evidenza; è intrappolata in una spirale in cui ogni file audio può contenere una verità, ogni rumore della casa può essere un avvertimento, ogni pausa può nascondere una presenza. La paura nasce dalla pareidolia, dalla possibilità che la mente trovi parole, ordini e intenzioni dentro suoni confusi. Lo spettatore viene messo nella stessa posizione della protagonista: decifrare, dubitare, tornare indietro, ascoltare ancora.

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Per questo Undertone può dividere. Chi cerca un horror più esplicito potrebbe trovarlo trattenuto, più adatta agli amanti degli slow-burn cupi. Ma è proprio in quella sottrazione che il film costruisce il suo effetto più disturbante. Non vuole tanto mostrare l’orrore, quanto farlo risuonare. E quando un horror riesce a farci temere un rumore di fondo, una voce lontana o una canzoncina deformata, allora il buio non è più solo davanti agli occhi: è dentro le orecchie.

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