Cinema, teatro e televisione. Tre David di Donatello e grandi collaborazioni, da Paolo Virzì a Marco Tullio Giordana, fino a Rob Marshall e Michael Winterbottom. Dopo un’esperienza ventennale come attore, Valerio Mastandrea ora cerca nuovi linguaggi e presto lo vedremo trasformarsi in regista per tradurre sul grande schermo la graphic novel di culto firmata Zerocalcare, La profezia dell’armadillo. Lo incontriamo telefonicamente il giorno dopo l’ultima replica di Qui e ora, la pièce di Mattia Torre, per la quale ha condiviso con successo il palcoscenico insieme a Valerio Aprea. Ci presenta l’ultimo film di Carlo Mazzacurati, La sedia della felicità, in cui veste i panni del protagonista. E con pudore ci racconta l’incontro con il maestro che lo aveva appassionato fin da ragazzo.
Com’è nata la collaborazione con Carlo Mazzacurati per La sedia della felicità?
«Conoscevo il cinema di Carlo da sempre. Già durante i miei primi anni da “attore per caso” andavo a vedere i suoi film perché avevo una vera passione per le sue opere. Tra tutte cito Un’altra vita, che mi colpì moltissimo. Quando, infine, è arrivata la sua chiamata ho scoperto che con Carlo c’era un senso del cinema comune: è stato un incontro di cui mi ritengo onorato e da cui credo di aver imparato moltissimo».
Il film è ambientato nell’Italia del Nord-Est, ma in realtà racconta tutto il Paese.
«Carlo ha sempre fatto “cinema vicino casa”, come mi ha spiegato personalmente. Intendiamoci, non per pigrizia: nelle proprie realtà s’incontrano situazioni che possono raccontare il mondo. Il Nord-Est è sicuramente meno dispersivo di una grande città come Roma, ma ha un’intelaiatura sociale molto complessa e ricca di personaggi contraddittori e interessantissimi per una traduzione cinematografica».
E della tua Roma si può dire altrettanto?
«Nonostante i cliché attraverso i quali è stata spesso rappresentata l’abbiano un po’ ingabbiata, rimane una città piena di spunti per parlare al mondo, come dimostra La grande bellezza». […]
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(Foto: Kikapress)
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