«Tanto più grossa è la bugia, tanto più è facile crederci» diceva Joseph Goebbels, il ministro per la propaganda scelto da Hitler, e nel caso di Lance Armstrong questa massima trova sicuro riscontro. La storia di quel gigantesco inganno che è stata la sua carriera è diventato un documentario, The Armstrong Lie, evento fuori concorso al festival di Venezia 70. Per anni si è sospettato che il campione di ciclismo texano si dopasse, per anni è stato sottoposto a esami a sorpresa che l’hanno sempre trovato pulito, eppure in quel record di 7 Tour de France vinti consecutivamente c’era qualcosa di strano. Di marcio, si scoprì dopo. Ma in tanti non hanno voluto cedere al dubbio e farsi rovinare la favola del ragazzone americano che, lasciatosi alle spalle un cancro aggressivo, vince più di tutti, si ritira e poi decide di tornare in sella per entrare nel mito.

Tra quei tanti c’è anche Alex Gibney, il giornalista prestato al mondo del documentario investigativo arrivato alla notorietà internazionale nel 2008, quando vinse l’Oscar con Taxi to the Dark Side, film choc sugli interrogatori cui gli americani sottoponevano i presunti terroristi in Iraq, Afghanistan e a Guantanamo. Proprio dopo aver concluso quel difficile lavoro sulla guerra al terrorismo Usa, Gibney si butta a capofitto su un documentario che racconta il ritorno di Lance Armstrong nelle gare internazionali: il ciclista ha 38 anni e vuole provare a entrare nella leggenda conquistando l’ottavo titolo al Tour de France. Ormai è un fenomeno mediatico oltre che sportivo: ex fidanzato della rock star Sheryl Crow, una storia che l’ha visto sulle pagine anche dei giornali non sportivi, si offre di gareggiare gratis mantenendo solo i diritti di sfruttamento della sua immagine; gli sponsor lottano fra loro per strappargli un contratto e la sua fondazione, la Live Strong, raccoglie milioni di dollari ogni anno per aiutare chi lotta contro il cancro. Gibney è a sua volta un suo fan e quasi si gioca carriera e credibilità per seguire Armstrong a caccia di un nuovo titolo: sul ciclista l’accusa di doping pesa da anni, per i giornalisti più accreditati è un baro e sono piuttosto perplessi nel vedere Gibney al suo fianco. Poi, il castello di bugie creato dall’atleta crolla improvvisamente: la verità pesa troppo e lui si sente schiacciato. Quello che accade dopo l’ammissione di colpa di Armstrong diventa il vero documentario di Gibney, che incassa il colpo e decide di rianalizzare tutto da capo. Come ci ha svelato lui stesso in questi giorni a Venezia.

Best Movie: Stavi lavorando al montaggio del film quando Armstrong ha cambiato le carte in tavola e ha rivelato in tv di aver usato sostanze proibite. Cosa hai pensato da uomo e giornalista e come hai agito da regista?
Alex Gibney:
«È stato un choc, avevo appena finito il film e ho capito di aver in mano, pronto, un documentario inutile. Anche se facevo aleggiare il dubbio che Lance si dopasse, sono sempre stato un suo fan. In molti non volevano neanche rilasciarmi un’intervista proprio perché mi ritenevano di parte».

BM: Quindi Armstrong ti ha tradito in prima persona.
AG: «Sì, e non solo me ma tutto il mondo del ciclismo. Mi ha guardato negli occhi più volte giurando di essere pulito, ma non lo era. Si dopava già da metà anni ’90. Per questo, dopo l’intervista che ha rilasciato a Oprah Winfrey, e dopo il processo sportivo contro di lui, gli sono state revocate le vittorie al Tour de France».

BM: Cosa hai fatto dopo aver visto Armstrong da Oprah?
AG:
«Ci ho parlato. Mi doveva più di una spiegazione. A mente fredda ha capito che Lance non comprende la sua propria storia: per lui essersi dopato è stata la cosa più pratica da fare in quel momento. Sapeva di avere più chance di vincere in quel modo e l’ha fatto. Non ha mai pensato al doping come una cosa grave, proibita. In seguito ho deciso di rifare il film da capo: ora che lo scandalo era scoppiato e coinvolgeva non solo Lance ma tanti atleti e addirittura la federazione mondiale del ciclismo, era diventata una storia più nelle mie corde».

BM: Cosa significa passare da un tipo di film a un altro per cause di forza maggiore?
AG:
«È stato molto difficile ma al contempo esisteva una connessione con la storia nel primo documentario, lì mi interessava osservare la forza di volontà che lo spingeva a rientrare nel circuito. Dopo, quella volontà è diventata la disponibilità a mentire: voleva vincere a ogni costo e ha creato un gigantesco inganno in cui di fatto noi spettatori, noi fan, volevamo credere».

BM: Tutti ipnotizzati dal fascino del campione?
AG:
 «Questa non è una storia sul doping ma sul potere, sulla sudditanza psicologica. Il suo potere è stato più forte di quelle che al tempo erano solo voci su di lui. È stato molto abile nel soddisfare le aspettative che i sostenitori avevano su di lui».

BM: Hai ancora un rapporto con Armstrong oggi e che cosa si aspetta lui da questo film?
AG: «Continuo ad avere con lui il rapporto di sempre: sono molto sincero. Appena deciso di fare un secondo film ho chiarito subito che la mia responsabilità non era verso di lui ma verso il pubblico. Lance vorrebbe continuare a coltivare questa immagine di sé come di un eroe perfetto ma di fatto è passato dal ruolo del perfetto eroe a quello del perfetto cattivo. Posso solo dire che era sincero nelle sue iniziative di beneficenza per il cancro, però ha coinvolto questi sopravvissuti nel suo inganno. Riuscirà ad accettare questa responsabilità? È questa la vera domanda».

BM: E qual è il conflitto finale? Nel film ci mostri lo scontro tra uomo e macchina, verità e bugia, ciclismo e doping. Il più importante?
AG: «È quello tra onestà e mito. Il mito ti spinge a credere che alla fine ce la farai e riuscirai a vincere tutto, malattia compresa. Questa è stata la forza della bugia di Armstrong ma si deve fare i conti col fatto che non sempre si vince. Non importa quanto ti sforzi, può accadere di avere la peggio al Tour de France come in un letto di ospedale».

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