Monitor che mandano in loop annunci pubblicitari che vendono di tutto, dall’euforia a una nuova religione. Scorci invasi dalla spazzatura e dal degrado che convivono con palazzi hi tech e parchi dove è più quello che è vietato di quello che si può fare. Strade invase dai personaggi più bizzarri e colorati. Rumori assordanti che si sovrappongono e creano un caos continuo. Su tutti domina la gigantografia di Management (lo interpreta un Matt Damon dal capello bianco e dall’abito che si mimetizza con l’arredamento a seconda delle situazioni), un Grande Fratello di orwelliana memoria che osserva e governa la città. «Tutto è sotto controllo» assicura.

È in questo universo distopico (diremmo una Londra futuristica, anche se ha l’aspetto di un’enorme Times Square), dove «se non sei connesso, non fai niente» e abitato non da individui ma da strumenti nelle mani di un unico despota, che Terry Gilliam ci proietta insieme all'(anti)eroe della sua storia. Qohen Leth, o semplicemente Q (un Christoph Waltz pallido e glabro), è un programmatore della ManCom, industria in cui si indaga matematicamente ogni aspetto dell’esistenza. Un reietto che parla al plurale (non io, ma noi), passa la sua vita davanti allo schermo e si reca in “ufficio”, presso la Divisione Ricerca Ontologica, solo perché costretto. Travolto dalle paure e convinto che «tutti stiamo morendo», da tempo va infatti chiedendo di poter lavorare da casa (una cappella sconsacrata disseminata di telecamere: ce ne sono dietro gli specchi, nei vasi, al posto della testa di Cristo sul crocifisso), dove attende la telefonata che gli sveli finalmente il senso della sua vita. Insieme all’ok del boss arriva però anche l’onere di dimostrare il cosiddetto Teorema Zero, il quale teorizza che l’universo è destinato all’estinzione e che la nostra esistenza è solo un accidente temporaneo prodotto dal big bang.

Q ci lavora senza sosta, sforzandosi di elaborare i dati nei tempi prestabiliti (ogni ora una voce interrompe il suo silenzio, ricordandogli che deve caricarli sulle apposite provette; nel suo mondo non esistono chiavette USB), ma la pressione nei suoi confronti è troppo alta. E a nulla serve il sostegno psicologico della sua strizzacervelli, che di tanto in tanto si materializza sullo schermo. È quando Leth comincia a dare i primi segni di cedimento, che Management decide di inviargli una bellissima ragazza, Bainsley, che possa alleviare la sua pena e suo figlio Bob, un genio di appena 15 anni che lo aiuti nell’ingrato compito. Entrambi otterranno l’effetto contrario, spingendo Q a intraprendere un percorso di ribellione per emanciparsi dallo status di schiavo tecnologico.

Dopo la visione di The Zero Theorem, le considerazioni da fare sono essenzialmente due.

La prima è che nell’ambito di un Festival finora deludente e costellato – almeno nella sezione principale – di film mediocri e dimenticabili, l’opera di Terry Gilliam qualcosa di interessante da dire ce l’ha.

La seconda è che il suo ultimo lavoro non prova nemmeno ad avvicinarsi alla genialità e alla potenza visiva di Brazil, che pure per molti aspetti ricorda. Se nel film del 1985 l’uomo era prigioniero della burocrazia, qui lo è della tecnologia, ma la domanda è sempre la stessa: può il singolo individuo lottare contro il sistema?
La critica sociale che là sfociava in vera e propria denuncia dello schiavismo istituzionale, qui si fa invece molto più flebile. Gilliam si limita a constatare, esasperandola, l’alienazione verso cui la tecnologia sta conducendo l’umanità e il suo carattere contraddittorio: laddove dovrebbe unire e connettere invece divide. E l’isolamento non è solo fisico, anche emotivo, perché tutto si fa virtuale, a partire dalle relazioni, svuotate di ogni loro dimensione umana. Q per potersi concedere dei momenti di intimità con Bainsley deve per forza scollegarsi dalla realtà e proiettarsi in un mondo altro, derivato dalla connessione di chip di memoria e fibre ottiche.

Il volume del sarcasmo si alza solo quando, tramite le parole di Management, ci viene detto che la fede (in Dio o in qualsiasi altra entità spirituale) è un’illusione, che nello spingerci a cercare il senso della vita altrove, finisce per farci vivere una vita senza senso.

Teorie discutibili, ma certo interessanti cui manca però un forte supporto a livello di scrittura e di regia. Vittima del low budget, Gilliam sembra aver perso il talento immaginifico di un tempo, anche se, certo, buone battute ci sono e lo stesso dicasi per alcune sequenze (la festa a casa del supervisore di Q, dove ognuno ascolta la musica dal proprio smartphone o tablet). Anche la prova di Christoph Waltz, il cui talento non si discute, è meno a suo agio e brillante di quanto ci si aspettasse.

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