Fuori dalla sala in cui lo incontriamo ci sono centinaia di fan che bussano sui vetri, urlano il suo nome e lo inseguono fino alla toilette (che, sfortunatamente per lui, è dalla parte opposta della terrazza su cui ci troviamo): «Non è sempre così!» assicura. «Anche se sarebbe figo essere inseguito in questo modo». Daniel Radcliffe è a Venezia per presentare Giovani ribelli – Kill Your Darlings, l’opera prima di John Krokidas (uscirà in sala il prossimo 17 ottobre), tra i titoli di maggior appeal delle Giornate degli Autori. E non solo per la presenza dell’ex Harry Potter, ma perché si racconta la gestazione della Beat Generation – quando Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William Burroughs sedevano sui banchi della Columbia University – con più di un’eco a L’attimo fuggente.

Radcliffe è Ginsberg, figlio esemplare, ragazzo timido, con una vocazione per la scrittura che si farà sempre più nitida proprio all’interno del campus, dove l’incontro con Lucien Carr (lo interpreta il Dane DeHaan di Chronicle) e il delirante universo artistico in cui lui lo introduce libereranno il genio che è in lui. E porranno le basi della rivoluzione letteraria degli anni ’50 di cui fu uno dei principali fautori. Il regista l’ha scelto perché «ero certo che Dan sarebbe riuscito a rendere tutte le sfaccettature del personaggio. Allen all’inizio del film mostra solo un lato di se stesso, alla fine distinguiamo tutta la tavolozza di colori, tutte le sfumature che celava in sé. E poi quando incontri un attore è come se andassi a un primo appuntamento: nel giro di 5 minuti ti rendi conto se c’è alchimia o meno. Per noi è stato così».

Daniel è sorridente e professionale; ormai sa esattamente fare il suo mestiere. Ha appena 24 anni ma da 13 vive sul set (aveva 11 anni quando iniziò l’avventura di Harry Potter). «Be’, è evidente che la mia vita è stata singolare, molto diversa da quella dei miei coetanei, però come tutti – e come Allen nel film – intorno ai 18 anni ho iniziato a provare delle insicurezze e ad avere dei dubbi su me stesso. Credo che sia fisiologico e normale: chi non si mette mai in discussione è un idiota. Il trovare se stessi è certamente un processo doloroso, ma è proprio questo dolore che aiuta a crescere».

Tu pensi di aver trovato la tua vera strada?
«Assolutamente sì.
Il fatto di aver iniziato a lavorare così presto così presto mi ha aiutato a intuire prima la mia vocazione. A 18/20 anni un ragazzo ancora non sa definire il proprio futuro, molti non hanno nemmeno un’ambizione; io invece sapevo già esattamente cosa avrei voluto fare per il resto della mia vita. E per me questo è stato un dono».

Esiste nel mondo globalizzato di oggi ancora qualcosa di rivoluzionario?
«Io credo che oggi nulla possa essere definito genuinamente rivoluzionario. Per via della Rete è tutto così presente e diffuso che non c’è né il modo né il tempo perché si possa sviluppare una vera rivoluzione. Forse l’ultima cosa più vicina alla Beat Generation è stato il movimento punk degli anni ’70 in Gran Bretagna. Purtroppo oggi non c’è più l’idea della controcultura; è così figo farne parte che ormai il confine tra establishment e controcultura si fa sempre più labile».

Tu fai parte della (contro)cultura che usa i social network?
«No, ne sono allergico!». (ride)

Perché hai sentito il bisogno di impegnarti pubblicmente in una campagna contro l’omofobia?
«Perché sono convinto che per risolvere problemi sociali di questo tipo, l’informazione sia essenziale. Certo, non sono piaghe che si possono debellare completamente, però credo che se si iniziasse a parlare di omofobia a scuola sarebbe d’aiuto; è lì che si formano le menti e si insegna il rispetto. Oggi è triste sentire le storie di ragazzi che si sono tolti la vita perché vittime di bullismo per via del loro orientamento sessuale. Bisogna lottare contro questi pregiudizi e prima si inizia, meglio è».

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(Foto: Getty Images)

Alcuni scatti del nostro incontro, la folla accalcata per vederlo e l’autografo sulla cover di Best Movie:

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