Nello spazio la vita è impossibile. Cuaron ce lo ricorda spedendoci lì insieme al veterano Matt Kowalsky (George Clooney, guarda le foto del suo arrivo in laguna) e alla dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), brillante ingegnere medico alla sua prima missione spaziale. Ce lo ricorda perché i 90 minuti del suo film corrispondono al disperato tentativo di preservare la vita nell’immensità e nel silenzio assordante dell’universo.
La 70sima Mostra del Cinema di Venezia si apre con una pellicola dall’impatto fortissimo. E non solo perché devastante è l’impatto tra una pioggia di detriti e lo Shuttle su cui viaggiano i protagonisti e il loro equipaggio, ma perché Gravity lascia realmente senza fiato. Specie nella prima parte, negli istanti prima e dopo la collisione e la perdita di contatto con la Terra, quando la meraviglia del paesaggio e la prospettiva privilegiata sul nostro pianeta si trasformano in un inferno senza via d’uscita. Kowalsky e la dottoressa Ryan – gli unici due sopravvissuti – tentano di raggiungere insieme un’altra base spaziale fino al momento in cui l’astronauta decide di separarsi dalla collega e lasciare che sia lei a proseguire la missione. Da quando lui sgancia il cavo che li tiene legati, il film assume i toni da survival movie, con la Bullock sola in scena a mantenere alti il ritmo e la tensione.

La regia, superba nella sua alternanza di campi lunghi e primissimi piani, e sostenuta da un 3D immersivo ed efficacissimo, sembra inglobare anche lo spettatore, conducendolo nello spazio al fianco di Clooney e la Bullock, se non addirittura al loro posto, quando l’obiettivo adotta il loro sguardo e ci mostra l’universo dall’interno del loro casco. Cuaron predilige i piani sequenza e rende invisibile il montaggio, lasciando che la macchina da presa si muova repentinamente, subisca l’assenza di gravità e la lente si appanni (quando il respiro dei personaggi si fa affannoso) o si sporchi (replicando l’effetto “schizzato” già ottenuto in una sequenza bellica de I figli degli uomini). La sensazione è quella di trovarsi realmente a partecipare a questa nuova “Odissea nello spazio”, sia da un punto di vista fisico che emotivo. Perché la tensione (per non dire l’ansia) si mantiene altissima per l’intera durata del film, smorzata solo dalle battute di Matt/Clooney, che dissimula e stempera il panico con i suoi aneddoti. Unici momenti di “evasione” che la sceneggiatura si concede, senza mai perdere in coerenza, piuttosto calibrando ogni singola parola pronunciata (e non sono molte) e il silenzio, altrettanto eloquente.

Oltre a scrittura e regia, molto del merito va a Sandra Bullock, bravissima a catturare sul suo volto i segni della paura e i tentativi di reprimerla, di respirare, di trovare nei propri pensieri e nelle parole pronunciate a vuoto la forza di non mollare. E di reggere praticamente da sola il peso del film, seppur Clooney sia un’ottima spalla e riesca a infondere ironia ai loro duetti. Lo spazio la costringe ad una solitudine fisica che è specchio di quella esistenziale nella quale la sua Ryan è confinata da anni, per via di una grave perdita. In quest’ottica la prospettiva di poter ripiantare i piedi per terra assume per lei un duplice significato e la “passeggiata” nello spazio si fa viaggio interiore, laddove la meta da raggiungere non è solo rimanere in vita ma tornare a vivere.
Osservandoli fluttuare nello spazio, impossibile non pensare alla citata Odissea kubrikiana o ad Apollo 13, che per certi versi Gravity ricorda, sebbene quella di Cuaron sia fantascienza di nuova e raffinata fattura.
Houston, abbiamo raggiunto una nuova frontiera del cinema sci-fi, che difficilmente potrà essere replicata per via delle evidenti difficoltà di lavorazione, rese però invisibili nel risultato finale. Impressionante.

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