È stato venduto come la prima commedia di Gianni Amelio, come la storia di un’anima chapliniana, come un film che non intende respirare l’aria del tempo quanto piuttosto trattenere il respiro. L’intrepido, seconda pellicola italiana in Concorso al Festival di Venezia (dopo Via Castellana Bandiera di Emma Dante e in attesa, domani, di Sacro Gra firmato da Gianfranco Rosi) non è nulla di tutto ciò.

È una pellicola crepuscolare, il cui sguardo amaro sulla realtà non trova una vera luce di speranza neanche nell’inquadratura finale e nel sorriso del suo protagonista.

Perché Antonio Pane (Antonio Albanese) è un uomo che dice di essere sereno quando in realtà si lascia vivere. Di vite ne ha troppe, perché di mestiere fa il rimpiazzo e anche solo per poche ore al giorno prende il posto di chi si assenta sul lavoro. E così si adatta a fare ogni cosa: l’operaio, il cuoco, il tranviere, il badante, il pupazzo nei centri commerciali, il venditore di rose. Nel frattempo «osserva da lontano» l’ex moglie, a cui nasconde la verità, e cerca di fare il padre – di Ivo, sassofonista che non riesce a sfondare ma che aiuta il genitore comprandogli persino i calzini. In occasione di un concorso incontra Lucia, ragazza misteriosa incapace di nascondere il male di vivere che si porta dentro. Per Antonio un raggio di luce che improvvisamente illumina la sua vita, ma altrettanto velocemente lo fa ripiombare nel buio di un’esistenza che si trascina da un posto di lavoro all’altro, senza sosta, senza essere ricompensata, senza senso. E che ha bisogno di emigrare altrove.

Gianni Amelio racconta l’Italia della Crisi (rappresentata da una Milano alla vigilia dell’Expo, dove tra un grattacielo in costruzione e un palazzo di ringhiera si parla un po’ troppo dialetto) attraverso un antieroe costruito a misura del suo interprete, lasciando ai suoi primi piani e al tono dimesso ed educato della sua voce il compito di reggerne il peso. Ma pur facendo leva sul suo talento, Antonio Albanese non riesce – non può – salvare una pellicola che inciampa spesso nella sua poca credibilità. Impoverita dalla recitazione altalenante degli interpreti più giovani (Livia Rossi e Gabriele Rendina) e da una sceneggiatura che usa volontariamente un linguaggio semplice, ma non rivela intelligenza, piuttosto banalità. E che da sola non basta a chiarire l’anima chapliniana di questo personaggio: per farlo Amelio cita esplicitamente Tempi moderni in una sequenza che appiccica alle altre quasi fosse un patchwork. Non c’è coesione nel film, perennemente in bilico tra il registro drammatico e quello più comico, neppure nel descrivere l’umanità che abita questo mondo, nettamente divisa (e generalizzata) in due categorie: quella che ha superato gli -anta e per barcamenarsi in questi tempi avversi pratica quotidianamente “l’arte dell’arrangiarsi” e quella dei ventenni/trentenni che non riesce a guardare al proprio futuro.

Rimane certo – ma più nelle intenzioni che non nella resa finale – la bella immagine di un uomo che lotta costantemente per non perdere la sua dignità senza piegarsi alle logiche sporche di questo mondo, preferendo usare le armi dell’educazione e dell’umiltà. Ma in fin dei conti dietro la sua aria serafica non fa altro che ingoiare amarezza e delusione. E allora non c’è nulla di comico in questa pellicola, che nel tentativo di perseguire la leggerezza finisce invece per perdersi.

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