In questi giorni il Presidente di Giuria Bernardo Bertolucci va ripetendo che da questo Festival si aspetta di essere sorpreso. Probabilmente Joe non sarà tra i film che lo lasceranno a bocca aperta, perché quella che David Gordon Green traduce dal romanzo di Larry Brown è una storia passata già mille volte sul grande schermo.
Joe (Nicolas Cage), il suo protagonista, incarna quell’America provinciale – ruvida, violenta e ubriacona -, abitata da anime perse che la sera si rinchiudono dentro case dismesse o si danno appuntamento al bancone del bar, dove nella migliore delle ipotesi si arriva alle mani, nella peggiore ci scappa il ferito o addirittura il morto.
Joe è un uomo solo; un passato turbolento – in parte vissuto dietro le sbarre – che sembra aver segnato definitivamente la sua vita, nonostante ora abbia un lavoro onesto (gestisce una squadra di operai neri impegnati ad avvelenare gli alberi di una foresta per il disboscamento) e si sforzi di tenersi lontano dai guai. Non ha una compagna (però sappiamo che ha dei nipoti), ma con lui vive un’amica, alla quale ha offerto aiuto e ospitalità e che con lui sogna di poter «andare a cena, vestiti eleganti»: sa che è un’utopia.

Nella sua vita entra Gary, un ragazzino di 15 anni appena trasferitosi in città con la famiglia: due genitori che «l’hanno dimenticato» – una madre anestetizzata da fumo e alcool, un padre molto più anziano che non riesce a staccarsi dalla bottiglia e gira come un vagabondo in cerca di qualcuno da picchiare e rapinare, compreso il figlio – e una sorella che da tempo ha smesso di parlare. Derubato della sua giovinezza, Gary ha imparato a cavarsela da solo. Si avvicina a Joe per chiedergli un lavoro e quasi istintivamente tra i due si crea una connessione che porta l’uno a volersi prendere cura dell’altro. Quasi un rapporto padre-figlio, di cui Joe ha bisogno quale strumento di espiazione e redenzione, e con cui Gary sperimenta per la prima volta l’emozione di sentirsi amato.

Gordon Green, dopo la pausa comico-demenziale di Strafumati e Lo spaventapassere, torna alle origini e al cinema drammatico sul quale ha mosso i primi passi e che alla scorsa Berlinale gli è valso l’Orso d’Oro alla regia (Prince Avalanche). Lo fa con una regia non brutta ma nemmeno originale, che cita quella del collega Jeff Nichols (Take Shelter, Mud) senza particolari guizzi (eccetto forse la riproposizione della stessa inquadratura su cui il film si apre e si chiude, a simboleggiare la fine del viaggio di Gary e l’inizio di una nuova vita). Un’opera “istituzionale”, che non decolla mai, prigioniera di una sceneggiatura che nella quantità di storie, personaggi, situazioni e temi che mette in campo finisce per aggrovigliarsi su se stessa e risultare prevedibile.
I momenti più riusciti sono quelli che fotografano Joe e Gary insieme e le “lezioni di vita” che il primo impartisce al secondo (bere birra mentre si guida e fare la faccia da duri per conquistare le ragazze), complice la buona performance di Nicolas Cage, imbolsito e rozzo al punto giusto, e quella del giovane Tye Sheridan (già visto in Mud e Tree of Life), che ha ancora bisogno di crescere ma ogni volta lascia intravedere un talento innato.

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