Non c’è mai stato alcun punto di contatto fra di loro. Se non forse l’eccezionale abilità con la parola che da sempre li contraddistingue e il fatto che in questi giorni sono stati entrambi (indiretti) protagonisti alla Mostra del Cinema di Venezia. Parliamo di Donald Rumsfeld e Lech Walesa, due figure politiche agli antipodi, l’uno definito “l’architetto della guerra in Iraq”, l’altro “l’uomo della speranza” (come recita il sottotitolo del film con cui Andrzej Wajda gli ha reso omaggio), eppure ugualmente iconiche.

Il primo è “entrato nelle grazie” di Errol Morris, documentarista americano che – come Michael Moore – si diverte a smascherare la politica Usa. E se nel 2003 fu Robert McNamara a confrontarsi con lui in The Fog of War, premiato con l’Oscar, questa volta tocca all’ex Segretario della Difesa Usa (sotto l’amministrazione del presidente Gerald Ford e successivamente quella di George W. Bush) rispondere alle domande del documentarista. 33 ore di intervista, ridotte a 105 minuti, in cui l’inquadratura del busto di Rumsfeld – che da abile comunicatore qual è non risulta per niente intimorito dalla macchina da presa – si alterna a filmati di repertorio che ricostruiscono la sua carriera politica, sviscerata attraverso alcuni dei milioni di memorandum inviati al suo staff. Dove, oltre alle lotte di potere interne al governo, emerge l’istrionismo del politico, la sua capacità dialettica con cui ostenta sicurezza ma dietro alla quale finisce per contraddirsi. Morris lo incalza (specie quando vengono nominati Guantanamo e Abu Ghraib, i penitenziari dello scandalo), ma mai lo mette al muro. E se è vero che lo lascia parlare, «perché sia lui a manipolare se stesso con le sue stesse parole», perdendosi nel “noto ignoto” a cui fa riferimento il titolo (le cose note che però scopriamo di non conoscere), è anche vero che nel documentario, in gara per il Leone d’Oro, c’è molto di noto e poco di ignoto sulla controversa vita politica di Rumsfeld. «È il personaggio finora più difficile da intervistare di tutta la mia carriera». Anche Morris si è tradito in conferenza stampa.

Fuori Concorso è invece l’appassionato ritratto che Wajda (che proprio questa sera verrà insignito del Premio Persol) fa del leader di Solidarnosc nonché Nobel per la Pace nel 1983, utilizzando come cornice l’intervista che Oriana Fallaci fece a Lech Walesa nel 1981, un pezzo di storia e giornalismo raccolto insieme ad altri nel volume Intervista con il potere (edito da Rizzoli). L’incontro tra queste due “teste calde” («Deve essere gentile con me, io lo sarò altrettanto con lei») viene spezzato dalla ricostruzione dell’ascesa di questo operaio, marito e padre di sei figli, instancabile motivatore di folle, fervente sostenitore dei diritti umani, lavoratore arrabbiato («Bisogna essere arrabbiati per poter controllare la rabbia altrui»), leader del Sindacato Autonomo dei Lavoratori nella Polonia anni ’80 e futuro Presidente della Repubblica. Un uomo che si è costruito da solo, grazie al suo «fiuto: so cosa voglio dire e lo dico nel modo giusto» e da solo si è caricato del peso di condurre la battaglia di un intero Paese, restituendogli la libertà. Il regista polacco lo racconta nell’era più eroica firmando un biopic molto tradizionale nella forma, quasi televisivo, accompagnato da una colonna sonora sovversiva, in cui a impressionare è soprattutto la somiglianza con la Fallaci della sua interprete, Maria Rosaria Omaggio.

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