Dovevano arrivare Scola e Fellini, seppur Fuori Concorso, a salvare la 70esima Mostra del Cinema di Venezia e ipnotizzare il pubblico, facendogli versare anche qualche lacrima. «Se Federico sapesse che vi siete messi a piangere, s’incazzerebbe» ha scherzato con i giornalisti il regista di C’eravamo tanto amati. Che ha spiegato: «Non era nelle mie intenzioni. E non solo perché avrei tradito il cinismo di cui alcuni mi accusano; soprattutto avrei tradito la sua persona, perché lui era allegro e autoironico».

Tant’è, ma sta di fatto che Che strano chiamarsi Federico!, il film con cui Scola ha rievocato la sua amicizia con Fellini, nata nella redazione di Marc’Aurelio e intessuta all’interno del Teatro 5 di Cinecittà, è un album dei ricordi talmente bello da risvegliare la nostalgia di un cinema che ormai non esiste più. Un tributo realizzato in occasione del ventennale della sua morte (il prossimo 31 ottobre), che rende omaggio a questo «grande Pinocchio del cinema che per fortuna non è mai diventato un bambino per bene» in sala dal 12 settembre ma applaudito oggi al Lido alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Durante la proiezione Ettore Scola ha ricevuto il premio Jaeger-LeCoultre to the Filmmaker 2013 per il segno indelebile che ha lasciato nel cinema contemporaneo.

Scritto insieme alle figlie Silvia e Paola, e recitato, tra gli altri, dai suoi cinque nipoti (Tommaso e Giacomo Lazotti sono rispettivamente Fellini e Scola da giovani), è un biopic sui generis, costruito come un racconto di finzione – sebbene fedele alla realtà – che finisce per confondersi con i materiali di repertorio. Una storia che esce dalla bocca di un narratore (interpretato da Vittorio Viviani, «volevo uno speaker vivente, con un’anima, che non fosse solo voce e informazione, ma emozione») e si materializza in scene scritte, ricostruite e girate a Cinecittà, a cui si alternano i volti in bianco e nero di Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Vittorio Gassman, Anita Ekberg (solo per citarne alcuni), ritratti dentro e fuori dal set. Non solo, anche schizzi abbozzati su fogli di carta, come quelli che accompagnavano il giornale satirico (il citato Marc’Aurelio) su cui entrambi mossero i primi passi, ancora ignari del futuro sotto i riflettori che li stava attendendo. Sullo sfondo (ma anche sui fondali) la Roma della Dolce Vita.

Un mosaico che è la somma dei tanti frammenti di cui si compone, che non va spiegato ma solo visto. La dichiarazione d’ammirazione, se non d’amore, verso un amico «sul quale è stato detto di tutto: che era maschilista, un qualunquista. E invece era esattamente l’opposto. Tant’è che nel nostro film abbiamo cercato di mostrare soprattutto la sua tenerezza, anche verso le donne, prese nella loro interezza; per cui certo non poteva escludere culo e tette. Nessuno ha mai guardato il volto della Ekberg come l’ha guardato lui». Un film pensato soprattutto «per i più giovani. Spero lo vadano a vedere per scoprire che Fellini ha parlato di loro e a loro». Il sincero ricordo di un maestro «che continua a farmi ridere ancor oggi, ogni volta che rivedo i suoi film. No, Federico, non è certo uno che fa piangere».

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