Se c’è una qualità immediatamente attribuibile a Mia Wasikowska è la semplicità. Nel truccarsi (il make-up è quasi sempre invisibile), nel vestirsi (si è presentata alla conferenza stampa di Tracks con un castigato vestito bianco e nero), nel modo di parlare (un tono dolce, quasi impacciato, espressione della sua timidezza).
Ai giornalisti concede parecchi sorrisi, senza mai perdere la compostezza. Vicino a lei, oltre al regista, anche la vera Robyn Davidson, l’eroina che 36 anni fa ha vissuto e poi scritto l’impresa (il suo romanzo, Orme, è diventato un bestseller) che il film di John Curran ricrea sullo schermo.

Lanciata da Tim Burton, che la scelse come Alice nel paese delle meraviglie, la Wasikowska ha schivato i riflettori di Hollywood per intraprendere una carriera nel cinema indipendente e autoriale, che già diverse volte l’ha portata sui red carpet dei festival più prestigiosi. Grazie a Gus Van Sant (Restless) e John Hillcoat (Lawless) ha calcato la passerella di Cannes, Park Chan-wook l’ha diretta in Stoker (uscito nelle nostre sale pochi mesi fa) e ora è al Lido insieme a John Curran. «Tracks è arrivato in un momento interessante e cruciale nella mia vita professionale e privata. Era da quando avevo 17 anni (ora ne ha 24, ndr) che non giravo un film nella mia terra d’origine. Quest’esperienza mi ha aiutato ha ritrovare le mie radici. Proprio dopo averlo girato ho scelto di tornare a vivere lì».

A volerla nel film, nel ruolo da protagonista, è stata la stessa Davidson: «Mia ha delle qualità straordinarie e una profondità speciale» racconta l’autrice. «A dire il vero la prima volta che sono stata sul set ho pensato: “Ma come farà a trovare ed esprimere la forza e la crudezza del personaggio, lei che è così delicata?”. La seconda volta si era trasformata completamente e lì ho capito che non ci sarebbe stata attrice migliore per questo ruolo». Grande interpretazione e grande presenza scenica, la sua, a tal punto da reggere praticamente da sola l’intero film, dove condivide la scena con quattro cammelli e un cane, se si escludono le poche sequenze di interazione con altri esseri umani.
Dal canto suo, la Wasikowska non nasconde di essersi completamente innamorata di Robyn prima attraverso le pagine della sceneggiatura, poi del romanzo: «Più leggevo e più comprendevo chi realmente era, anche se l’idea di incontrarla mi faceva parecchia paura. Tanto quanto avere a che fare con i cammelli» confessa. «Quando ci troviamo di fronte ad animali così grandi, temiamo sempre che possano essere aggressivi e farci del male. In realtà ho scoperto che i cammelli collaborano alla meraviglia. Ti seguono in continuazione, qualunque cosa tu faccia o dica. Sono quasi meglio dei cani ed è un peccato che il cinema non li sfrutti così tanto!».

E a chi le chiede che cosa l’abbia attratta maggiormente di questa eroina, lei risponde: «La sua mancanza di paura, unita al desiderio di affrontare e superare qualsiasi difficoltà. Oltre a essere stata onorata di aver avuto una micro esperienza del viaggio di Robyn, la devo ringraziare, perché da adesso in poi risponderò alla paura e al dolore così come ha fatto lei».

(Foto: Getty Images)

Uno scatto di Mia Wasikowska insieme a Robyn Davidson

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