Se ieri era lo spazio, oggi la Mostra del Cinema di Venezia ci trascina nel deserto australiano, dove 36 anni fa una giovane donna di nome Robyn Davidson, «una nomade che non si sente a casa in nessun luogo», compì un’impresa senza precedenti: un viaggio lungo 2.700 Km da Alice Springs (centro Australia) all’Oceano Indiano, in compagnia solo del cane Diggity e di quattro cammelli.
Un viaggio che la stessa Davidson ha trasformato prima in racconto sul National Geographic Magazine, dove le sue parole furono corredate dagli scatti che il fotografo Rick Smolan le fece durante alcune tappe, e poi nell’omonimo romanzo (in Italia è edito da Feltrinelli con il titolo Orme), che da anni il cinema tentava di adattare sullo schermo.

C’è riuscito John Curran (Il velo dipinto), che si è affidato alla sceneggiatura dell’esordiente Marion Nelson, alla meravigliosa fotografia di Mandy Walker e al talento di Mia Wasikowska che, forte di una somiglianza con la vera Robyn ma soprattutto di una presenza scenica formidabile, a posteriori risulta forse l’unica scelta possibile per questo ruolo.
E il risultato è indubbiamente apprezzabile: uno spettacolo per gli occhi (spesso anche per le orecchie, grazie all’ottima colonna sonora vintage) che si serve di svariate soluzioni visive per non stancare lo spettatore e al contempo scandire le tappe di un percorso che ha conosciuto ben pochi diversivi. Tra questi l’incontro con alcuni aborigeni, in particolare Mr. Eddy, un simpatico ometto che non parla la lingua di Robyn ma si offre di accompagnarla per un tratto costellato da luoghi sacri inaccessibili alle donne; la sua presenza aiuta a inscenare divertenti teatrini legati alle reciproche difficoltà di comunicazione. E laddove non sono gli aborigeni, sono altri connazionali a darle ospitalità e offrirle il loro aiuto. Ogni tanto compare anche Rick, che Robyn tollera poco, anche se non rinuncia a una notte di passione con lui e al suo abbraccio in un momento di profondo sconforto. E poi naturalmente ci sono gli incidenti di percorso a spezzare la monotonia delle giornate e a far affiorare la paura, anche solo per pochi istanti: l’allontanamento dei cammelli, la perdita della bussola e dell’orientamento, l’attacco da parte degli animali, l’invadenza di giornalisti e turisti incuriositi dalla sua storia e in cerca delle sue tracce, la morte improvvisa del fedele compagno di viaggio.

Episodi che spezzano il silenzio e di cui la sceneggiatura si serve, alternandoli ad alcuni flashback sull’infanzia della protagonista – rivelatori di un trauma mai superato (SPOILER il suicidio della madre e il distacco forzato dal suo cane nonché migliore amico FINE SPOILER) –, per tentare di creare un dinamismo altrimenti inesistente.

E nonostante tutto, le due ore del film si fanno sentire. Non perché Tracks risulti pesante o noioso, ma perché non riesce a entrare in profondità. Alla fotografia, bellissima, della terra australiana non corrisponde una radiografia di Robyn, il racconto del suo animo, delle emozioni provate e della trasformazione interiore che questo viaggio inevitabilmente provoca. Non basta la prova brillante della Wasikowska, interprete di una Robyn delicata nei lineamenti quanto forte e determinata nello spirito, allergica agli altri e alla vita di città, in fuga da tutto ma in cerca di se stessa, consapevole di dover passare attraverso la solitudine per arrivare alla libertà. Non basta portare sullo schermo una figura femminile tanto coraggiosa, esempio per molti, soprattutto per chi anche nella società globalizzata e interconnessa di oggi sente il bisogno di staccare e fare un po’ di deserto. Non bastano le scritte che compaiono all’inizio e alla fine del film a esplicitare un’esperienza tanto estrema. Alla fine del viaggio di Curran, qualcosa manca ancora.

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