«I miei connazionali mi accusano di essere la vergogna del nostro Paese. Ma i miei film, in realtà, sono il frutto del profondo amore che io provo per la mia terra. Ritengo che sia un dovere non chiudere gli occhi e interrogarmi continuamente sui problemi che la lacerano. Le mie opere esprimono lo stato di salute della società». Kim Ki-duk non cede alle critiche e dal palco veneziano, dove lo scorso anno è stato insignito del Leone d’Oro per Pietà, difende il suo ultimo lavoro, Moebius, presentato oggi Fuori Concorso. Un film che in patria non ha superato il vaglio della censura, per ben due volte. «Mi hanno costretto a tagliare parecchie scene. Ora la pellicola è “purificata”, ma non è quella che avevo pensato».

La sua originale intenzione creativa, in versione integrale, passa invece sullo schermo della Mostra, esplodendo in quella violenza fisica e psicologica a cui il regista coreano ci ha abituati. Chi conosce il suo cinema, sa che si nutre di situazioni estreme, perversioni sessuali, frustrazioni represse e immagini scioccanti, non facili da sostenere né da digerire. In Moebius diventano ancor più potenti perché “accompagnate” della totale assenza di dialoghi.

Quella a cui assistiamo è l’autodistruzione di una famiglia borghese, che finisce per soccombere sotto il peso dell’ambiguità delle relazioni e delle pulsioni. Che Kim Ki-duk mostra, senza pudore alcuno.
In casa c’è una moglie che all’ennesima prova del tradimento del marito, impugna un coltello, si insinua sotto le coperte e tenta di evirarlo. Non riuscendoci, impone la stessa pena al figlio. E questa volta la lama taglia. Questo l’incipit di un’opera che ruba molto alla tragedia greca, incontrando nella reiterazione della violenza, e nella sua esasperazione, una vena grottesca, quasi esilarante («Con una storia così dura e complessa ho sentito il bisogno di alleggerire con momenti comici, mentre per sfogare la tensione e lo stress ho inserito due momenti di preghiera, nel buddismo la preghiera è liberazione totale dai pensieri e dalle ansie contingenti»). Laddove l’uso della forza e l’imposizione del dolore si declinano in tutte le forme possibili: umiliazione, bullismo, stupro, masochismo, incesto, omicidio/suicidio. Perché nella Corea di Kim Ki-duk ci sono compagni di scuola che intuendo il disagio hanno in mente solo di abbassarti i pantaloni e poi ti coinvolgono in una violenza carnale di gruppo. Ci sono padri che, dopo aver scelto di farsi asportare il proprio strumento del peccato, cercano affannosamente su internet metodi alternativi per raggiungere l’orgasmo; una volta scoperti, li suggeriscono al figlio, che a sua volta li insegna all’amico/nemico, con la complicità dell’amante del padre. Ci sono madri che tornano a casa dopo essere scomparse e si rivelano essere l’unica fonte di eccitazione per la propria creatura («Ma l’incesto è solo in sogno»). Ci sono coniugi che si scagliano l’uno contro l’altra con brutalità. Ci sono famiglie malate che possono solo crollare di fronte alla pratica quotidiana della perversione.

Se davvero è questo lo stato di salute della Corea, allora siamo davanti a una società che ha perso qualsiasi forma di controllo e di morale. Dove nessuno occupa il proprio posto come dovrebbe e i ruoli si snaturano, si confondono. Dove l’umanità ha fallito, perché il desiderio sessuale invece di convergere sulla sua potenza creatrice conduce invece al dolore e alla distruzione.
E sono l’assenza di speranza e l’inerzia con cui gli uomini stanno a guardare senza nemmeno provare a interrompere l’annichilazione che si consuma davanti ai loro occhi a disturbare più delle immagini choc, che Kim Ki-duk propone con un certo compiacimento.
A terrorizzare (e la quantità di violenza che è andata in scena in questo Festival da ogni parte del mondo lo conferma), invece, è l’idea che la storia di Moebius trascenda i confini, restituendoci lo stato di salute del nostro mondo.

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