Lo spaesamento costruttivo indotto dai film di Marco Bellocchio è merce rara, non sono film che si possono recensire a naso, il pressbook aiuta, le chiacchiere anche, agli spettatori che il pressbook non ce l’hanno restano lo spaesamento (godetevelo!), le chiacchiere e noi critici.

Dunque, Bellocchio scopre a Bobbio, la Bobbio del suo esordio I pugni in tasca (1965) e del recente Sorelle mai, la Bobbio del suo laboratorio annuale di regia, in pratica la sua patria creativa, il convento-prigione di S.Colombano. Ci costruisce intorno, e soprattutto dentro, una storia doppia, prima medievale, poi contemporanea. C’è una suora (Lidiya Liberman) accusata di servire il diavolo per aver sedotto un sacerdote (Pier Giorgio Bellocchio) che si è poi suicidato, e c’è, oggi, un misterioso conte che vive nascosto tra quelle mura ed esce solo la notte. Quando un magnate russo vuole comprare tutto e si rivolge alla Regione, che ben volentieri accetta, un soprintendente arriva in città per completare la transazione. E il Conte è costretto a uscire, e trattare. Intanto la suora che fine ha fatto?

A parte il filo storico di Bobbio e familiare di Bellocchio, che mi sembrano una circostanza ma non una chiave di lettura, il film racconta una doppia farsa.
Quella antica è tragica, segue le prove d’innocenza della donna tediata e circuita dal pretame, sorvegliata dalle consorelle, sottoposta a giochini/torture che dovrebbero smascherare i “segni del diavolo”, mentre il fratello del suicida dibatte con due donne di fede (tra cui Alba Rohrwacher) delle possibilità – secondo postille e note varie da manuale ecclesiastico – che l’altro sia ora in Purgatorio e non all’Inferno.
Quella contemporanea è comica, c’è di mezzo il teatrino delle connivenze tra mafia e politica, Stato e Chiesa, ci sono figurine di potere terribili e buffe (Herlitzka è un mostro di bravura), che poi scopriamo essere tutti vampiri (vampiri!).

E c’è appunto la vena fantastica, o fantasmatica, c’è un tempo immobile in cui i sogni e la superstizione sono due tra molte facce del disagio psichico, che è sempre lo stesso ma nei secoli assume forme e parole diverse, una malattia del vivere e del pensare (il corpo, soprattutto) che informa di sé tutto e lascia alle spalle una grande stanchezza.
È difficile metterla più semplice di così, è un cinema che richiede un contributo di pensiero, di elaborazione.

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