Venezia 2015, è il momento di Marco Bellocchio e del suo film... di vampiri. La recensione di Sangue del mio Sangue
whatsapp

Venezia 2015, è il momento di Marco Bellocchio e del suo film… di vampiri. La recensione di Sangue del mio Sangue

Ambientato in due momenti storici distanti secoli, racconta prima di una suora accusata di stregoneria, poi di un misterioso conte che abita in un convento ed esce solo la notte...

Venezia 2015, è il momento di Marco Bellocchio e del suo film… di vampiri. La recensione di Sangue del mio Sangue

Ambientato in due momenti storici distanti secoli, racconta prima di una suora accusata di stregoneria, poi di un misterioso conte che abita in un convento ed esce solo la notte...

Lo spaesamento costruttivo indotto dai film di Marco Bellocchio è merce rara, non sono film che si possono recensire a naso, il pressbook aiuta, le chiacchiere anche, agli spettatori che il pressbook non ce l’hanno restano lo spaesamento (godetevelo!), le chiacchiere e noi critici.

Dunque, Bellocchio scopre a Bobbio, la Bobbio del suo esordio I pugni in tasca (1965) e del recente Sorelle mai, la Bobbio del suo laboratorio annuale di regia, in pratica la sua patria creativa, il convento-prigione di S.Colombano. Ci costruisce intorno, e soprattutto dentro, una storia doppia, prima medievale, poi contemporanea. C’è una suora (Lidiya Liberman) accusata di servire il diavolo per aver sedotto un sacerdote (Pier Giorgio Bellocchio) che si è poi suicidato, e c’è, oggi, un misterioso conte che vive nascosto tra quelle mura ed esce solo la notte. Quando un magnate russo vuole comprare tutto e si rivolge alla Regione, che ben volentieri accetta, un soprintendente arriva in città per completare la transazione. E il Conte è costretto a uscire, e trattare. Intanto la suora che fine ha fatto?

A parte il filo storico di Bobbio e familiare di Bellocchio, che mi sembrano una circostanza ma non una chiave di lettura, il film racconta una doppia farsa.
Quella antica è tragica, segue le prove d’innocenza della donna tediata e circuita dal pretame, sorvegliata dalle consorelle, sottoposta a giochini/torture che dovrebbero smascherare i “segni del diavolo”, mentre il fratello del suicida dibatte con due donne di fede (tra cui Alba Rohrwacher) delle possibilità – secondo postille e note varie da manuale ecclesiastico – che l’altro sia ora in Purgatorio e non all’Inferno.
Quella contemporanea è comica, c’è di mezzo il teatrino delle connivenze tra mafia e politica, Stato e Chiesa, ci sono figurine di potere terribili e buffe (Herlitzka è un mostro di bravura), che poi scopriamo essere tutti vampiri (vampiri!).

E c’è appunto la vena fantastica, o fantasmatica, c’è un tempo immobile in cui i sogni e la superstizione sono due tra molte facce del disagio psichico, che è sempre lo stesso ma nei secoli assume forme e parole diverse, una malattia del vivere e del pensare (il corpo, soprattutto) che informa di sé tutto e lascia alle spalle una grande stanchezza.
È difficile metterla più semplice di così, è un cinema che richiede un contributo di pensiero, di elaborazione.

Per tutti gli aggiornamenti su Venezia 2015, clicca qui
Per seguire la mostra di Claudio Di Biagio, clicca qui

© RIPRODUZIONE RISERVATA