Sacca Sessola, meglio conosciuta come isola delle Rose, è una delle isole artificiali più recenti della laguna di Venezia. A 20 minuti di lancia sia da piazza San Marco che dal Lido, quest’isolotto ha avuto nel corso degli anni varie destinazioni d’uso. Recentemente però è diventata sede di un hotel e resort extralusso. Dove abbiamo incontrato i protagonisti di Everest.

Oltre a Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, Jason Clarke, Emily Watson, John Hawkes, e il regista Baltasar Kormákur, ci sono gli sherpa, la vedova di Rob Hall e la vera Helen Wilton (nel film interpretata da Emily Whatson).

Se avete già letto la nostra recensione sapete che il protagonista del film – rimarranno deluse le fan di Gyllenhaal – è proprio lo scalatore Rob Hall, interpretato da Jason Clarke (L’alba del pianeta delle scimmie, Terminator Genisys). Lo incontriamo in una piccola conference room del Marriott: indossa una camicia a quadri blu e bianchi, nella quale suda copiosamente, e ha i capelli biondissimi, quasi platino.

«È per il mio prossimo ruolo, sarò un tedesco durante la seconda guerra mondiale, ma non vi dico di più; andate a cercare.» Jason Clarke sorride, ma sembra stanco. Essere il protagonista del film d’apertura al Festival di Venezia deve richiedere un sacco di energie.

Il ruolo a cui si riferisce Clarke è quello di Reinhard Heydrich, gerarca nazista in HHHH, film diretto da Cédric Jimenez, al cinema dal prossimo anno. Ma parliamo di Everest: «Sono molto emozionato, alla serata d’apertura c’erano persone venute da tutte il mondo. È una cosa che ti travolge, sono ricordi che ti colpiscono ogni parte del corpo. E ho visto il film per la prima volta.»

Rob, lo scalatore fondatore della Adventure Consultants, società neozelandese che portò centinaia di clienti sulla cima del mondo, morì l’11 maggio 1996, probabilmente di ipotermia. Il suo corpo non è mai stato trovato. È stata dura interpretarlo?
«Siamo attori. Facciamo ciò che è necessario, in ogni inquadratura, in ogni ripresa. Ci sono tanti elementi: c’è il movimento fisico, c’è la voce, e poi c’è la sceneggiatura. Devi trovare il modo di mettere insieme tutte queste cose, e le persone reagiscano in maniera diversa. Tutti quelli che sono stati coinvolti nel film si sono dimostrati pronti e disponibili ad affrontare certe cose. E quando vedi così tanto impegno lavori di più anche tu.»

Ma Everest è anche il racconto di una sfida personale. Qual è stata la più grande sfida per Clarke?
«Io sono felice. Non ho rimorsi, amo la mia vita e quello che faccio, qualunque sfida è una cosa positiva. Ma essere un attore è una sfida oggi. È un business estremamente competitivo, ci sono aspetti positivi, e altri più negativi, oltre al fatto di essere un personaggio pubblico. Ma anche avere una famiglia è una sfida, tenerla insieme, cercare di dare ai propri figli una base di partenza.»

Nel film Rob non vedrà mai nascere la sua bambina.
«La scena che mi ha commosso di più è quella in cui dico addio a Jan, mia moglie (interpretata da Keira Knightley n.d.r.) che aspetta mia figlia. La telefonata con cui si sono detti addio è così triste e c’è così tanta dignità. E poi il fatto che tutti gli altri scalatori li stavano ascoltando. Mia moglie ha pianto tantissimo in questa scena. È davvero toccante. Preparandomi al ruolo ho ascoltato le vere conversazioni tra Rob e la moglie e tra Rob e il campo base, e era così calmo. Questo è stato parte del problema: gli altri non capivano la gravità della situazione. Mi è capitato di trovarmi in alta montagna in Nuova Zelanda, e ho avuto la sensazione di essere l’ultimo uomo sulla terra. Rob deve essersi sentito così, ed era cosciente che era non sarebbe mai più tornato, ma nonostante tutto era tranquillo. Non capisco solo perché non si sia reso conto che aiutando il suo amico Doug a salire, non sarebbe più riuscito a tornare indietro. Non era certo stupido. Ma ha voluto lo stesso provarci. Mi chiedo solo, perché?»

Chissà quanto se lo sarà chiesto Jan.

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