I fatti
Nel gennaio del 2002 il Boston Globe esce in prima pagina, in taglio alto con il titolo “Church allowed abuse by priest for years”. Lo scandalo coinvolge 87 preti della città, ma più che concentrarsi sui singoli casi la storia del Globe mette a fuoco il patto di omertà tra la Chiesa e le altre istituzioni, e il “pattern”, cioè lo schema fisso, con cui questi casi vengono trattati: i preti denunciati sono momentaneamente sospesi e poi trasferiti in un’altra parrocchia, le vittime rimborsate (siamo nell’ordine dei 20.000 dollari) dopo un patteggiamento privato, e i pochi documenti archiviati nei tribunali sono secretati o fatti semplicemente sparire. Il primo a pagare è il cardinale Law di Boston, il grande insabbiatore, ma da quella prima pagina lo scandalo si allarga a macchia d’olio, coinvolgendo le gerarchie eccesiastiche di tutto il mondo.

I dati
Due dati nel film escono dalla voce di un ex-prete diventato nel frattempo psichiatra, e lasciano un segno profondo: secondo i suoi trent’anni di studi, il 53% dei preti non rispetta il voto di castità, e il 6% compie reati di pedofilia. La percentuale, con riferimento alla città di Boston, si rivelerà quasi perfetta (1500 preti, 87 casi provati).
Un’informazione che scorre sui titoli di coda ne lascia un altro: il cardinale Bernard Francis Law, comprovato responsabile dell’insabbiamento di almeno due casi, è oggi “arciprete emerito della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore”, il che dà le dimensioni del rapporto tra la responsabilità del singolo e quelle dell’istituzione.

Cosa significa “Spotlight”
Pausa. Altra informazione: Spotlight, titolo del film di Tom McCarthy fuori concorso a Venezia 72, deriva dal nome della sezione investigativa del Globe. Ovvero quattro persone che sceglievano e mettevano in piedi storie giornalistiche raccogliendo informazioni e testimonianze per mesi, in cerca della quadratura (cioè fonti attendibili, e fatti in numero sufficiente).
In una delle scene più belle di un film scritto in stato di grazia (lo sceneggiatore John Singer viene dal team di West Wing…), Micheal Keaton/Walter Robinson, redattore capo di Spotlight, sbatte in faccia ai colleghi, tutti in pieno slancio idealista, che quella storia esisteva da molti anni, e che da molti anni avrebbero potuto metterla in piedi, e che le segnalazioni non erano mancate, e che lui stesso era caporedattore alla cronaca quando la segnalazione più importante,  proveniente da un grande studio legale, era stata relegata a un trafiletto di cronaca. Dice insomma che le informazioni non bastano, se non c’è il coraggio e la volontà politica di usarle.

Recensione breve
Ultima pausa. Il film. Prendete The Newsroom, il serial di Sorkin, e spogliatelo di tutto il côté sentimentale (vediamo i giornalisti, mai la loro vita privata) e le acrobazie linguistiche (i dialoghi in Spotlight hanno la velocità giusta per essere seguiti al primo colpo), dategli un abito consapevolmente seventies. Oppure prendete Tutti gli uomini del presidente, ed eliminate la vena thriller, l’ipotesi di complotto, la paranoia (Spotlight è un film a suo modo “luminoso”). Tenete le parole e i fatti, componete i documenti in un copione chiaro e appassionante, date il copione a un gruppo di attori straordinari (Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Stanley Tucci, Billy Crudup, ma i più bravi sono Liev Schreiber e il John Slattery di Mad Man). Avrete il miglior cinema di impegno civile che l’America abbia prodotto da anni.
Rabbioso e davvero, davvero commovente.

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