Se c’è una cosa che non manca al cinema italiano d’autore, è la psicografia della provincia, i tentativi di sopravvivenza a panorami sociali e familiari che inviterebbero a lasciarsi andare. La grande abbondanza in merito rende anche piuttosto semplice smascherare la disonestà di autorini all’opera prima e autoroni all’opera ennesima, in cerca di approvazione e/o finanziamenti statali.

Per finire questo Non essere cattivo c’è voluta invece la morte del suo autore – Claudio Caligari, 3 film in trent’anni, e una vera marginalità rispetto alle vetrine mediatiche e produttive – e la buona volontà di un po’ di gente che gli ha voluto bene, a partire da quel Valerio Mastandrea che un anno fa scriveva una lettera addirittura a Scorsese chiedendo di intervenire direttamente per far sì che il film potesse esistere.

Caligari, con luci e abiti d’epoca –  gli anni ’80 e poi ’90 -, racconta la tarda crescita di due disgraziati di provincia, delinquenti veri eppure innocui (le armi sono sempre scariche, ed è un indizio di tutto), come è sempre innocua la vita quando invece di venderla sui giornali o strillarla sui social network cerchi di capire cosa c’è dietro, com’è venuta su, e perché funziona in quel modo.

Film e sguardo davvero dalla prospettiva degli ultimi, di chi cioè non può piacere a nessuno, ed è anche giusto così – due ragazzi che campano di spaccio, truffe e piccole rapine – eppure ha la sua storia, amici e amori, un posto dove vive, cioè uno sfondo di persone/cose/luoghi che lo rende reale e perfino comprensibile. In questo senso il cinema politico più importante, cinema per la ragione e contro la paura, su ogni scala. Sarebbe piaciuto a Pasolini o Tondelli, piace a noi.

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