La storia è quella che sappiamo già: l’;uomo bianco che ruba la terra all’;uomo rosso. Quello che forse non sappiamo è che succede anche ai giorni nostri. Ce lo ricorda Marco Bechis con il suo Birdwatchers – La terra degli uomini rossi , in concorso al Festival di Venezia. Ambientato a Mato Grosso do Sul, in Brasile, il film mette in scena la difficilissima situazione delle popolazioni Indio Guaranì che, privati delle loro foreste da coltivatori e allevatori e ridotti in uno stato di semi schiavitù dai fazendeiro della zona, vedono stravolte le loro abitudini di vita e le tradizioni, a rischio della loro stessa sopravvivenza. Per raccontare la loro storia «non c’;era bisogno di inventare granché», ha spiegato il regista in conferenza stampa, «quello che ho cercato di fare è stato costruire una sceneggiatura, mantenendo una sottile linea di confine tra film e documentario». E a questo scopo gli attori scelti per le parti degli Indio sono stati reclutati direttamente tra la popolazione dei Guaranì-Kaiowà e, dopo un periodo di cinque mesi di laboratori teatrali (durante i quali il regista ha mostrato loro Gli uccelli di Hitchcok e C’;era una volta il West di Sergio Leone) che miravano a mantenere intonsa la loro spontaneità, si sono calati nei personaggi cui Bechis ha attribuito ruoli di primo piano. Diversamente da quanto accadeva nel film Mission, qui a essere lasciati sullo sfondo sono stati infatti gli attori bianchi professionisti che coprono ruoli secondari (tra loro anche Claudio Santamaria, nella foto, nei panni di un guardiano della fazenda significativamente chiamato lo Spaventapasseri). I Birdwatchers del titolo sono i turisti che transitano per le fazenda ubicate ai confini delle foreste abitate dai Guaranì, per dedicarsi all’;attività di osservazione delle particolari specie di uccelli di quelle zone. La vicenda narrata è emblematica e prende le mosse da un terribile problema che affligge questo popolo: l’;alto tasso di suicidi tra i giovani (517 in vent’;anni). Stanca dei soprusi e colpita dall’;ennesimo suicidio, una tribù guidata da Nadio (Ambrosio Vilhalva) si accampa al confine di una fazenda per reclamare la restituzione della terra indebitamente sottratta. Il gesto è accolto con un misto di timore e fastidio dai proprietari della tenuta che decidono di adottare misure drastiche e repressive per risolvere il problema. Lo scontro tra le parti sarà duro, ma non privo di una certa curiosità per “l’;altro” (come quello che avvicinerà il giovane apprendista sciamano alla figlia di un fazendeiro). Venezia ha accolto con grande calore gli interpreti Guaranì che, indossando vestiti come i nostri e prendendo per la prima volta un aereo, sono volati fino a qui per lanciare un grido di denuncia e di speranza, che è la stessa che Bechis ha voluto infondere al suo film. «Sono triste perché penso alla mancanza di opportunità per i nostri giovani», ha raccontato con voce rotta una delle interpreti sostenuta da un applauso unanime del pubblico, «noi abbiamo cercato di imparare a mangiare e vestire come voi, ma chiediamo che anche voi possiate rispettare il nostro modo di vivere. Quello che avete visto sullo schermo è la verità, noi cerchiamo solo lo spazio per sopravvivere». E a sostegno della dichiarazione arriva la denuncia di Bechis che ha spiegato: «la legge in Brasile impone la salvaguardia del 20% delle foreste. Ora invece i boschi occupano solo il 2% della superficie. 700.000 ettari sarebbero sufficienti a garantire la sopravvivenza dei Guaranì».

Al.Za.

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