Estiva, caldissima e con quell’;inconfondibile atmosfera festivaliera, la 65esima Mostra Internazionale del Cinema quest’;anno fa un salto indietro e racconta un capitolo della sua storia che ne segnò una significativa (anche se momentanea) inversione di tendenza. L’;anno finito sotto la lente, nella ricorrenza del suo quarantennale, manco a dirlo, è il ‘;68. Quel ‘;68 che noi giovani generazioni ci sentiamo raccontare da sempre e cui guardiamo, lasciando da parte i punti di vista, con un misto di curiosità e invidia per quella vibrante e solidale energia con cui i ragazzi di allora sapevano muovere ogni passo. Un fermento cui non poteva scampare certo un’;istituzione culturale consolidata quale era già la Mostra del Cinema (allora alla sua XXIX edizione) che conobbe quell’;anno uno scossone, raccontato dallo scrittore e giornalista Antonello Sarno (da sette anni ospite fisso della Mostra con i suoi montaggi cine-storici) insieme a Steve Della Casa nel film documentario Venezia ‘;68, presentato al festival nella sezione Orizzonti. Accolto con più polemiche di quello che era lecito aspettarsi, il documentario ha infuocato parte della critica e dei diretti interessati (Citto Maselli su tutti) per aver fornito una “versione parziale” di quel che accadde allora, con il risultato di far apparire il tumulto di quei giorni come il frutto di un semplice e istintivo desiderio di emulare i cugini francesi, reduci da quel Joli Mai che aveva messo in subbuglio il festival di Cannes. Un indirizzo confermato dall’;introduzione nel montaggio delle dichiarazioni di oggi dei protagonisti di allora che, con velato imbarazzo, ammettono di non ricordare più con esattezza i motivi fondanti delle loro contestazioni. Lo sostengono nelle interviste mogli stessi Carlo Lizzani, Roberto Faenza e Ugo Gregoretti (eletto allora leader del movimento) che ora riconducono gli accadimenti di quei giorni a una “dimostrazione di solidarietà e un gesto di adesione al clima generale di rivolta di studenti e operai”. Toni ben più decisi sono quelli di Liliana Cavani che senza mezzi termini definisce quella che ebbe luogo al Lido una mera “pantomima” in cui i membri del neo costituitosi comitato di autori dell’;Anac non fecero altro che “giocare a fare i rivoluzionari” invece di occuparsi e appoggiare chi la rivoluzione la stava facendo davvero. Aveva luogo proprio in quei giorni la primavera di Praga con i suoi studenti guidati da Jan Palach in rivolta contro gli invasori russi. Ben lungi (fortunatamente) dall’;appiccarsi fuoco, gli autori in rivolta (tra i quali comparivano anche Pier Paolo Pasolini e Franco Solinas), si limitarono a lunghi appostamenti davanti al palazzo del Casinò e a riunioni in cui in coro recitavano slogan sessantottini come “lotta libera” e “liberate il popolo”.  Queste iniziative, tra le quali Gregoretti rammenta divertito il “rapimento” del sindaco di Venezia, rinchiuso nel bagno del Casinò, ebbero come risultato immediato l’;insurrezione di quella classe operaia (ristoratori albergatori ecc.) di cui il movimento dei facinorosi intellettuali si ergeva a paladino, e che dai loro atti si vedeva invece danneggiato, e in seconda battuta il rinvio della giornata inaugurale (dal 25 al 27 agosto), le dimissioni (a festival concluso) del presidente Luigi Chiarini e la trasformazione della Mostra del Cinema in un festival non competitivo e gestito dagli autori stessi. Risultato che, a detta del regista francese Louis Malle, fu più un male che un bene e “ridusse la manifestazione a un appuntamento minore nel panorama internazionale, a vantaggio di Cannes”. Nel 1980 tutto tornò come prima, o quasi, e di quel ‘;68 veneziano rimase la consolazione di aver eliminato l’;allora vigente statuto fascista. Polemiche a parte, una lezione di storia interessante e che potrebbe convincere gli imbelli bamboccioni del 2008 che fare i rivoluzionari può anche non essere così cool se poi ad anni di distanza non ci si ricorda nemmeno più perchè si combatteva…

Al.Za.

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