Dicevamo giusto ieri, parlando de La Talpa, di come un periodo storico recente – gli anni ’70 e la Guerra Fredda – venisse messo in scena alla stregua di un mondo puramente letterario, lontano da ogni pretesa di realismo.
È accaduto oggi esattamente il contrario con la rilettura iperrealista di Cime Tempestose fatta dalla taletuosa regista inglese Andrea Arnold (un’altra che ha lavorato di recente con Michael Fassbender, in Fish Tank), presentata oggi in concorso a Venezia 68.

Il romanzo, ambientato nella seconda metà del ‘700, racconta la tormentata storia d’amore, mai coronata, tra Heathcliff e Catherine (James Howson e Kaya Scodelario). Heathcliff è un orfano dalla pelle scura, adottato dal padre di Catherine, Mr. Earnshaw, e trattato come un figlio. A non essere dello stesso parere è il maggiore degli Earnshaw, che alla morte del padre assume il controllo della tenuta di Wuthering Heights, obbligando Heathcliff a lasciare gli studi e iniziando a frustarlo come uno schiavo.
Nel frattempo, per una serie di coincidenze, Catherine, pur legata a Heathcliff da un sentimento molto forte, inizia a frequentare Edgar, un ragazzo di buona famiglia di una tenuta adiacente a Wuthering Heights. Da quel momento in poi le vite di Heathcliff e Catherine si allontaneranno sempre di più, e il rancore e la delusione rovineranno il futuro di entrambi.

Di questo classico melò in costume, tratto da uno dei romanzi più celebri e filmati (Wyler, Bunuel, Fuest) della letteratura vittoriana, la Arnold propone una versione depurata dagli elementi soprannaturali (nel libro la storia viene riferita molti anni dopo i fatti a Mr.Lockwood, un visitatore di Wuthering Heights che si trova a fare i conti con strane apparizioni) e concentrata principalmente sull’adolescenza di Catherine e Heathcliffe (il film copre solo la prima parte del romanzo), raccontata al presente.
Il loro apprendistato sentimentale e la successiva separazione sono descritti con toni contemplativi a attraverso pochissime battute, soffermandosi sulla natura erotica del loro rapporto (Catherine che lecca le ferite di Heathcliffe, Heathcliffe che la trattiene nel fango) e legandola alla natura selvaggia delle colline del nord dell’Inghilterra e ai molti dettagli della vita di campagna (i capretti sgozzati, le lepri uccise, i cani liberi per la brughiera, le falene che assediano gli infissi delle finestre).

Il trattamento funziona, riportando un racconto consunto dall’abitudine e dai banchi di scuola alla sua natura primigenia (in origine il romanzo fu “contemporaneo”, perché scritto a metà dell’Ottocento su fatti che terminavano quasi a quei giorni) e ad una consistenza quasi documentaria, come se i fatti potessero accadere, in questi stessi giorni, da qualche parte, magari tra le fitte colline padane.
Non rinunciando però al formato e al modo con il quale è solita girare – il 4:3, con tantissima camera a mano – la Arnold condanna l’immaginario scelto a limiti visivamente angusti. Ne vengono soffocati i panorami e amplificati i primissimi piani (per una foto che amate preferireste una cornice larga?), rendendo una volta di più il suo cinema, cinema di dettagli e silenzi.

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