Era lecito aspettarsi qualche riferimento all’11 marzo nel primo film giapponese in concorso a Venezia 68 e prodotto dopo la doppia tragedia, tsunami e nucleare, che ha colpito il Sol Levante sei mesi fa. Non era invece scontato che quel disastro non solo fosse al centro del film, ma ne costituisse addirittura la ragione d’essere e la chiave interpretativa.

Tanto più che Himizu (il titolo fa riferimento a un certo tipo di talpa), del prolificissimo Sion Sono (era anche un anno fa al Lido, poi è stato a Cannes, e tra poco il Torino Film Festival gli dedicherà una retrospettiva), è tratto in realtà da un manga per teenager, che racconta la vita di un ragazzino idealista e il suo rapporto di amore/odio con una strana coetanea. Il giovane Sumida infatti, nonostante un padre indebitato, e una madre assente, cerca testardamente di costruirsi un’esistenza dignitosa: non gli interessa il successo, né una grande felicità, vuole solo essere sereno e rispettabile. Ad aiutarlo, l’amore di Keiko, una compagna di classe un po’ folle che ama la poesia francese. Purtroppo sulla strada di Sumida c’è la yakuza, che pretende la restituzione di un prestito fatto dal padre, e soprattutto le violenze di quest’ultimo.

Nel film, che è stato ripensato dopo la tragedia collettiva e che si apre con una panoramica onirica di devastazione post-tsunami, il ragazzo gestisce un noleggio barche su una zona allagata da cui spunta il tetto di una casa. Intorno alla sua baracca altri senzatetto vivono in piccole tende da campeggio.
Tutto insomma sembra complottare contro i propositi di Sumida: la sua famiglia disgraziata, la natura, i debiti, perfino gli insegnanti. Il mondo di Himizu è infatti popolato da adulti cinici e spietati (i genitori di Keiko le stanno costruendo e addobbando un patibolo, con tanto di cappio), giovani pazzi o delinquenti (ci si accoltella per strada senza ragione), e condizioni ambientali proibitive.

Un mondo al quale Sumida però non si arrende, nonostante un momentaneo cedimento, incarnando così le risorse spirituali di un popolo sull’orlo del collasso ma ancora vitale.
Questa metafora è raccontata attraverso simbolismi di facile lettura (i sassi nelle tasche) o addirittura prediche esplicite (l’attivista che denuncia alla TV le menzogne del governo sul nucleare), e non rinuncia mai agli accenti grotteschi tipici del regista, molto marcati anche tenendo conto del gap culturale e linguistico. Ogni cosa è ripetuta almeno sei volte, e generalmente strillata.
Ma si sente che il tema è caldo e la commozione di attori e personaggi genuina. Per chi vuol farsi un’idea di come gli artisti giapponesi e la gente comune stiano metabolizzando la disgrazia, un’occasione da non perdere.

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