Iran, novembre 1958. Il musicista Nasser Alì (Mathieu Amalric) ha perso la voglia di vivere dopo che la moglie gli ha distrutto il violino. Si chiude in camera, si infila sotto le coperte e decide di lasciarsi morire. A fargli cambiare idea non serviranno né i consigli del fratello, né il suo piatto preferito (il pollo alle prugne), né la preoccupazione dei figli piccoli. Ma è davvero tutta colpa del violino?

Con Pollo alle prugne, in concorso a Venezia 68, Marjane Satrapi torna a dirigere un suo romanzo a fumetti quattro anni dopo Persepolis, stavolta però rinunciando all’animazione “mimetica” del suo tratto grafico, e passando ad un live action simile ad una fiaba illustrata. Lo stile è quello di Jeunet & Caro, sia perché la messa in scena è teatrale e coloratissima, sia perché la narrazione è aneddotica e discontinua..
L’umorismo stesso è un po’ insipido, come nei vecchi racconti di famiglia, e induce al sorriso più che alla risata (anche se alcune trovate, come il sogno della morte di Socrate, sono irresistibili).

Si viene così condotti per tre quarti del film attraverso il percorso terminale di un uomo, raccontato i toni della commedia e girato con iperrealismo cartoonesco, domandosi dove il film voglia andare a parare.
Poi, nell’ultimo atto, un lungo flashback svela la metafora, trasformando il violino nel simbolo di un amore mai consumato, e facendo di quell’amore il simbolo del rapporto tra gli artisti iraniani esiliati lontano dal loro paese (come la Satrapi stessa) e l’Iran. Una cosa che è andata in pezzi e nessuno, probabilmente, potrà mai aggiustare.
Niente di rivoluzionario, ma allo stesso tempo un modo non così frequente di fare poltica attraverso il cinema.

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