Dopo Killer Joe arriva anche Ami Canaan Mann, figlia di cotanto Michael, a spiegarci (o meglio provare a) che il Texas è davvero un brutto posto dove nascere e crescere. Il suo Texas Killing Fields, in concorso a Venezia, è tratto da una storia vera di omicidi di ragazze indifese; grazie al racconto del film, poi, scopriamo che di donne, in quei Fields (una zona spettrale e paludosa che fa da sfondo alla pellicola), ne sono sparite a centinaia.

La storia prende il via da due casi apparentementi separati: il rapimento di una giovane e l’omicidio di una prostituta quindicenne. A seguire le indagini sono l’”avatariano” Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan (più noto per la sua partecipazione in Grey’s Anatomy). Il primo è una testa calda nata e cresciuta in quei luoghi e imbruttito dal divorzio dalla collega Pam (Jessica Chastain), il secondo un poliziotto newyorchese pacato e (così pare di intuire) religioso con una famiglia numerosa. Da questi due binari (separati ma convergenti) il film procede in modo confuso, anche a causa di un montaggio brusco che slega i vari momenti. Il problema più grosso, comunque, è nella sceneggiatura di Donald Ferrarone, che ci lascia con grandissimi punti interrogativi. Spesso i personaggi girano a vuoto: vengono introdotti e poi spariscono per riapparire di nuovo all’improvviso. Succede alla sempre bravissima Chastain, qui poliziotta tosta poco valorizzata in favore di un finale tutto al maschile, o al “Biondo”, protettore della giovane prostituta di cui sopra che svanisce nel nulla dopo un’avvincente sparatoria. Per non parlare delle tracce investigative di cui spesso fugge il senso. Più di tutto, quello che manca è l’atmosfera da thriller: non ci sono sorprese, né suspense, tutto è già stato visto mille volte e il finale è talmente telefonato che si resta in sala solo per non peccare di presunzione. E invece tutto procede come previsto: l’assassino lo si intuisce dalle primissime scene, così come le vittime sacrificali offerte da questa terra dimenticata da Dio.

Dalla figlia di Michael Mann, pur se alla sua opera prima (anche se aveva già girato un film nel 2003 mai distribuito) ci si sarebbe aspettato che avesse assorbito in parte la lezione del padre. Le intenzioni sono buone: la detection story è l’alibi per offrire uno spaccato sociale di queste zone degradate e per spiegare come diventino facilmente culla del male e dell’abiezione umana, senza punti di riferimento umano o spirituale; come suggerisce una battuta sprezzante di Wortington al collega: «Dio da queste parti non ci è mai venuto» (o come dice la Chloë Moretz di Kick-Ass – nella foto -, «Dio è troppo occupato per pensare a me, lui non pensa ai poveracci»). A buoni propositi, però, deve accompagnarsi necessariamente un’esecuzione all’altezza: quella che qui, purtroppo, manca.

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