Applausi, divertimento ed entusiasmo in sala al Lido per Killer Joe. Ed ecco che quando i giochi a Venezia sembravano fatti, ti arriva la dark comedy di William Friedkin a sparigliare le carte. Abbandonate le paranoie di Bug, suo ultimo film di quattro anni fa, il regista dell’Esorcista ci trascina tutti interi dentro una favola nera come la pece, ma che vira più spesso al rosso per la consistenza pulp di molte scene. Siamo nei pressi dei primi Coen (c’è chi ci ha visto da subito un forte richiamo a Blood Simple) e per quanto abusato sia, ogni volta che si tratti di un film che mescola iperrealismo, violenza e senso del grottesco, è il caso di tirare in ballo anche l’immancabile Tarantino (che alla visione di questo film si crogiolerebbe). Fosse stato lui il presidente di giuria il Leone d’Oro non avrebbe avuti altri rivali.

Lo sfondo è il Texas degradato delle case in lamiera che già tanto cinema ci ha mostrato e riassumibile, parafrasando una battuta del film stesso, in «tanta gente stupida in grandi spazi aperti». A cui non fa eccezione la famiglia di Dottie (Juno Temple), una sorta di Cenerentola “perversa” – come l’ha definita Friedkin stesso – che ha un fratello affezionato ma incapace a non mettersi nei guai (Emile Hirsch), un padre accondiscendente e menefreghista (Thomas Haden Church) e una matrigna supersexy dal grande senso pratico (Gina Gershon).

Dottie, come tutte le Cenerentole che si rispettino, sogna un suo principe azzuro, che si manifesterà in Joe, killer interpretato in modo sorprendente da Matthew McConaughey, a cui il cinema dovrebbe offrire d’ora in poi ruoli altrettanto interessanti, invece delle rom-com stupide in cui viene relegato. L’uomo è stato assunto da Chris (inguaiato con un piccolo boss locale a cui deve una bella somma) perché uccida la madre affinché Dottie possa riscuotere una cospicua polizza assicurativa. Le sue maniere apparentemente educate, la sua cura per i dettagli (immancabile un elegante cappello nero da cowboy) e le sue nevrosi ne fanno il degno erede del Chigurh di Non è un Paese per vecchi dei Coen. Da quando McConaughey entra in scena il film assume un crescendo inarrestabile, una spirale di violenza e follia dalle sequenze shock (come quella del chicken job) che vi trascinerà inesorabilmente, e con grandissimo divertimento, verso il pirotecnico gran finale. Con la sua favola in cui il Male è sempre stupido e amorale Friedkin ha centrato in pieno il bersaglio.

Sarà Leone d’Oro?

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