Risate in sala durante i momenti più drammatici e un generale imbarazzo, non solo da parte della stampa italiana, ma anche internazionale. Comincia davvero male l’avventura al Festival di Venezia di Quando la notte, il nuovo film di Cristina Comencini, presentato nella sezione Concorso. Il film in realtà parte bene e in modo ambizioso. Vedute panoramiche magnifiche di paesaggi montani e una casa isolata alla fine del paese, in cui una madre porta il suo piccolo di due anni a prendere aria buona. Si respira immediatamente un’atmosfera thrilling, amplificata da quella tipica villetta di montagna, che richiama come un riflesso pavloviano Cogne e il caso Franzoni. Il bambino non respira benissimo e il dottore ha consigliato il ritiro in montagna. La donna, Marina (Claudia Pandolfi), vive al piano superiore della tipica casa di montagna. Al piano di sotto abita il padrone di casa, Manfred (Filippo Timi), guida turistica solitaria e silenziosa che rifugge il contatto umano, specie dopo che la moglie lo ha lasciato portandosi via i figli. Emerge da subito uno dei temi più caldi del racconto, tratto dall’omonimo romanzo della regista: la difficoltà delle donne a gestire emotivamente la cura dei bambini. “Li chiamano i terribili due” suggerisce la pediatra, quando i bambini non parlano e non dormono mai. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che porterà presto la giovane donna a una stanchezza fisica che si tradurrà in una fragilità emotiva a tratti pericolosa. A coglierla è proprio Manfred, abbandonato dalla madre a soli dieci anni, ha sviluppato una misoginia incrollabile. Una sera Manfred sente un gran trambusto, il bambino è caduto da uno sgabello, ha iniziato a piangere, Marina gli ha urlato contro e poi si sente un colpo secco sul pavimento. L’uomo corre in soccorso del bambino ferito alla testa e scongiura la tragedia, ma da quella sera sospetta di lei. I due prima si allontanano e poi lentamente si avvicinano.

Davvero tanta la carne messa al fuoco dalla Comencini: la depressione successiva alla maternità, il trauma dell’abbandono, una storia d’amore impossibile. Gestire un materiale così a rischio di scivoloni retorici non è cosa facile, ma se nella prima parte del film la regista riesce a sedurci, limitandosi a suggerire, da circa metà film in poi si perde in un eccesso di spiegazioni e suggerimenti di derivazione psicanalitica sulle cause dei comportamenti dei personaggi che condizionano pesantemente il ritmo del film. In particolare, i dialoghi intimi tra i due sono quelli che hanno suscitato l’ilarità della stampa e che avrebbero richiesto una maggior sorveglianza. Pandolfi – più sofferta del solito – risulta convincente, mentre Timi – che solitamente ha offerto ottime prove, qui necessitava di essere meglio guidato.

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