Qualche mese fa, dal Festival di Cannes, è iniziato il tam tam di appassionati e critici per Drive di Nicolas Winding Refn. Qualche mese dopo, il film è arrivato sulla copertina di Best Movie (lo trovate ora in edicola) ed è pronto ad arrivare nelle nostre sale (il 30 settembre).
Potrebbe succedere lo stesso con Shame di Steve McQueen, che dopo l’esordio con Hunger (Camera d’Oro a Cannes), si conferma, assieme al regista danese, il più bravo che c’è in circolazione tra i nuovi autori.

Il film racconta la dipendenza di uomo, Brandon (Michael Fassbender), per la pornografia: a casa, al lavoro, in metropolitana, la sua mente è occupata dal desiderio del corpo femminile. Il suo computer trabocca di foto e filmati hard, e il suo armadio è un magazzino di riviste vietate ai minori. La compulsione è tale che, al di fuori del sesso occasionale – eterosessuale, omosessuale, onanistico – Brandon non riesce a provare desiderio, tanto che il cinismo con il quale affronta l’idea di una relazione fissa è allo stesso tempo causa ed effetto delle sue ossessioni.

Irlandese trapiantato a New York, dove lavora per una grande azienda (non è chiaro di che si occupi), si ritrova suo malgrado per casa anche la sorella (Carey Mulligan), una cantante di night club che si trascina tra una storia sbagliata e l’altra, e finisce a letto pure con il capo di Brandon.
Il percorso che McQueen traccia nelle vite dei due è ambivalente: documentaristico, perché osserva quello che accade con neutralità, e perché usa moltissima camera a mano; e al contempo sofisticato, nel vero senso del termine (cioè adulterato, manipolato), perché il film trabocca di musica, virtuosismi registici (un piano sequenza notturno di Brandon che fa jogging toglie il fiato) e segue un filo narrativo riconoscibile (la classica discesa agli inferi).

È difficile spiegare perché questa miscela di linguaggi funzioni così bene, anche se non c’è nulla di misterioso o eccessivamente intellettuale: il film va visto e vissuto. Ma una cosa che salta all’occhio e al cuore è la capacità di McQueen di spremere la verità dai suoi (bravissimi) attori: il rapporto tra Brandon e la sorella, quello con le prostitute, l’appuntamento con la collega che corteggia, sono descritti attraverso una quantità di dettagli credibili, che forzano l’immedesimazione e riscattano situazioni anche banali da un destino potenzialmente gramo.

In tutto questo le tematiche scabrose, comunque rese esplicite e mantenute al centro dell’attenzione – per restare alla superficie delle cose, ci sono nudi frontali di tutti i protagonisti e almeno una lunga scena di sesso che sfiora le luci rosse – perdono il loro potenziale scandaloso e perturbante, diventando l’oggetto – uno come un altro, come potrebbe esserlo la dipendenza dall’alcool, o dal gioco d’azzardo – di un triste melò contemporaneo, fatto di famiglie disfunzionali, uomini ingordi e senza bussola, panorami urbani svuotati di significato. Un melò sbriciolato da momenti di tracimante bellezza (Carey Mulligan che canta New York, New York accompagnata da un piano stonato), capaci di spostare altrove, e forse fare a pezzi, tutti i significati.

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