Lunghi capelli neri ed un’eleganza innata e semplice, atteggiamento spontaneo senza essere trascurato, raffinato senza essere snob. A guardarla così, con quei braccialetti a perline che su di lei fanno più effetto di un gioiello griffato, si potrebbe pensare che Giada Colagrande sia una bella attrice protagonista di uno dei film in concorso. E, in effetti, attrice lo è stata più di una volta, a partire da Aprimi il cuore, presentato qui a Venezia nel 2002. Attrice sì, ma anche regista, e non una regista qualunque: quest’anno, infatti, porta sugli schermi della rassegna veneziana il documentario Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic, che racconta la messa in scena, da parte di uno dei più grandi registi del mondo, dello spettacolo sulla vita di una delle più grandi artiste del mondo. Nel cast, oltre alla stessa Abramovic, anche uno straordinario Willem Dafoe, che con Giada ha un legame che va ben al di là di questa esperienza cinematografica, avendola sposata nel 2005. Essere sua moglie è un’arma a doppio taglio, spiega la regista, perché anche se è di grande supporto, c’è sempre qualcuno pronto ad attaccarti in virtù di questo legame privilegiato. (Foto Getty Images)

BestMovie ha incontrato Giada in un téte-a-téte, per parlare della sua ultima avventura veneziana.

Best Movie: Quali sono le difficoltà di dover riportare in forma cinematografica il mondo del teatro?
Giada Colagrande: Questo è stato il progetto più difficile della mia vita. Un bel documentario è molto più difficile da realizzare di un bel film, dove decidi tu cosa, come e quando riprendere. Il documentario è una finestra aperta su un mondo su cui non hai controllo. Puoi solo cogliere i momenti su un set in costante movimento che prescinde dalla tua volontà. Con uno spettacolo teatrale, è anche più complicato. Devi sperare che, nel momento in cui dovesse capitare qualcosa di importante, tu sia lì pronto a riprendere. Aggiungiamoci che Bob Wilson pretende assoluto silenzio mentre lavora. Tra l’altro, detesta fare interviste; Antony Hegarty (autore delle musiche nonché frontman degli Antony and the Johnson, n.d.r.), invece, odia essere ripreso; Willem era sempre impegnatissimo e ripeteva il testo dalla mattina alla sera. Marina era la più disponibile, ma, essendo coinvolta in prima persona, spesso piangeva e io ero costretta a spegnere la telecamera. Insomma, un lavoro complicatissimo.

BM: Come hai conosciuto Marina e com’è nata l’idea di questo film?
GC: Quando ho conosciuto Marina avevo diciannove anni. All’epoca lavoravo nel mondo dell’arte contemporanea. Un mio carissimo amico, Paolo Canevari, divenne il fidanzato e poi il marito di Marina. Adoravo Marina già come artista e, in seguito, è diventata anche una cara amica e un punto di riferimento ancora più importante. Quando il progetto dello spettacolo di Bob Wilson è partito, Marina ha avuto l’idea di farne un film e mi ha chiesto di dirigerlo.

BM: Sei nata come videoartista: provenendo da quel mondo, quanto è stato difficile dover raccontare il lavoro di un’altra artista?
GC: Io ho un approccio molto emotivo in qualsiasi lavoro decida di intraprendere. Evito di mettermi a tavolino e pianificare, analizzare troppo razionalmente le cose mentre le faccio. Voglio evitare a ogni costo di far trapelare un giudizio. Un punto di vista sì, perché il cinema e l’arte esprimono sempre un punto di vista, ma cerco di mantenere una visione autentica, non falsata da troppo ragionamento. Se mi fermassi a riflettere, perderei la verità dell’incontro, che sia con un paesaggio o, come in questo caso, con il lavoro di una persona. Il mio approccio resta sempre lo stesso.

BM: Nello spettacolo e, di conseguenza, nel tuo film, colpisce molto il rapporto colmo di ombre e rancori di Marina con sua madre: hai trovato dei punti di contatto col tuo vissuto?
GC:
L’unica similitudine è che sia io che Marina abbiamo sviluppato un rapporto molto forte con le nostre nonne. Entrambe le nostre madri erano comuniste – chiaramente in contesti molto diversi, la madre di Marina nella Iugoslavia di Tito, la mia marxista femminista negli anni ’70 in Italia – mentre le nostre nonne erano cristiane e ci portavano a messa. Per il resto, devo dire, nessun altro punto di contatto, perché io ho uno splendido rapporto con mia madre. Riconosco poi, nel racconto di Marina, la fascinazione per le icone ortodosse: è la stessa suggestione che ho sempre provato per l’atmosfera misteriosissima e spirituale delle chiese e dei luoghi di culto, a prescindere dal legame vero e proprio per quella specifica religione. A livello spirituale, questo influsso delle nostre nonne ci ha profondamente formate.

BM: Sono passati dieci anni da Aprimi il cuore e, quindi, dalla tua prima partecipazione al Festival di Venezia. Come hai vissuto l’edizione di quest’anno a così tanti anni di distanza?
GC: Quest’anno credo di aver vissuto la miglior Venezia di sempre. Anche quella di Aprimi il cuore fu un’esperienza meravigliosa, ma all’epoca mi sentivo un po’ un pulcino spaesato. Questa volta mi sono sentita parte di una famiglia e, quindi, protetta: c’è Marina, c’è Willem… Inoltre, in questo Festival, ho presentato anche un cortometraggio, The Woman Dress, parte di un progetto di Miu Miu realizzato da me e da altre tre registe. Quando, alla fine della proiezione di Bob Wilson’s Life and Death of Marina Abramovic, sono andata sul palco per rispondere alle domande del pubblico, vedere le mie tre college lì in platea, sorridenti, a supportarmi, mi ha resa incredibilmente felice. Quest’anno, il Festival ha una concentrazione molto alta di registe donne, e trovo che sia una situazione estremamente incoraggiante. Spero davvero che non resti un unicum nella storia di Venezia.

BM: Che progetti ci sono nel tuo futuro?
GC:
Sto lavorando all’Abramovic Method. Possiamo dire che è un documentario; Marina, durante le riprese di Life and Death, mi ha chiesto di lavorare a questo progetto su un lavoro che ha mostrato al pubblico al Padiglione d’arte Contemporanea di Milano lo scorso marzo. Ha una funzione quasi didattica: è la registrazione del suo Metodo ed ho dovuto inventare un genere nuovo per poterlo raccontare. Non sappiamo dove sarà mostrato per la prima volta, ma sarà molto presto.

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