La cronaca che segue fa riferimento ad un incontro tenutosi sulla Terrazza Disaronno e condotto dalla direttrice di Ciak Piera Detassis. A causa di una incompresione tra la nostra inviata al Festival e la redazione milanese, la cronaca dell’incontro è stata inizialmente presentata come se si fosse trattato di un tradizionale incontro stampa (in gergo, una roundtable, ovvero una tavola rotonda in cui alcuni giornalisti incontrano un attore o un regista). Abbiamo quindi apportato delle modifiche, che trovate già integrate nel testo sottostante. Ci scusiamo con la direttrice di Ciak Piera Detassis e con tutta la redazione del mensile.

Pioggia di flash alla Terrazza Disaronno presso il Red Carpet Lounge del Lido di Venezia, quando Robert Redford e Shia LaBeouf fanno il loro ingresso nella saletta dove si svolgerà l’incontro condotto dalla direttrice di Ciak Piera Detassis. Sono in laguna per presentare The Company You Keep, ultima opera del settantacinquenne regista-attore, presente per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia; un film che è, prima di tutto, una riflessione sul recente passato della storia americana, un focus intenso e amaro sul terrorismo pacifista dei Weather Underground negli anni ’70 e sulla loro eredità nel nuovo millennio, vista attraverso gli occhi di un giovane reporter. Le loro battaglie, a distanza di tanto tempo, sono ancora valide? O le proteste di quegli anni tumultuosi non meritano più giustificazione? «Non credo che i film debbano essere strumenti di propaganda», ci tiene a precisare Redford, che però negli ultimi anni ha inanellato tre film non certo scevri da connotazioni politiche (Leoni per agnelli, lo straordinario The Conspirator e, appunto, The Company You Keep).

Vi riportiamo di seguito le dichiarazioni più interessanti rilasciate da attore e regista durante l’evento, organizzato da Disaronno e Ciak.

Il sottotesto del film è il confronto giovane-vecchio. Una frase del film fondamentale è “siamo diventati la storia che viene raccontata ai nostri ragazzi”.
Robert Redford: Mi interessava mettere in luce le differenze tra la mia generazione e quella di Shia, specie per quanto riguarda l’ambito giornalistico. Ciò che ho vissuto nella mia gioventù è diventato ormai parte della storia americana. Volevo osservare, con gli occhi di oggi, le ingiustizie di fronte alle quali la gente  si mobilitava in quegli anni.

Shia LaBeouf: Sicuramente, oggi è molto più difficile essere idealisti. Il giornalismo è ormai un inseguimento, una caccia spietata. Negli anni ’70, i reporter cercavano la verità; oggi, la spinta maggiore è data dalla ricerca della fama, della gloria: vince chi ottiene lo scoop per primo. C’è stato un grande cambiamento di motivazioni nel  mondo del giornalismo.

R.R.: Ai miei tempi, le informazioni si ottenevano tramite cinque canali televisivi. Ora, i giovani hanno una miriade di fonti di notizie che arrivano in modo sempre più veloce. È anche più difficile rintracciare la verità: tutti hanno voce, tutti pretendono – e a volte fingono – di dire la verità, ma chi la dice realmente?

Il finale del film è abbastanza sospeso. Davvero pensate che possa esistere un giornalista che rinuncerebbe alla gloria in favore di un valore più alto?
SL: Sì, conosco giornalisti che fanno il loro mestiere per puro  idealismo, contrapposti a quelli che venderebbero la madre pur di avere uno scoop. Tra l’altro, il giornalismo non paga granché, almeno a Los Angeles.

RR: Mi piace finire i miei film con un punto interrogativo, con una domanda; voglio che il pubblico rifletta. In questo film, il personaggio di Shia inizialmente insegue lo scoop, ma ben presto innesca una serie di conseguenze nella vita delle persone coinvolte nella sua ricerca, e tutto ciò lo spinge a riflettere sulle proprie scelte; per questo, il film si chiude con un punto di domanda. Cosa farà il personaggio? Non lo sappiamo.

Robert, hai inventato il Sundance Film Festival; Shia, ti stai muovendo da un cinema blockbuster ad uno più indipendente. Il futuro del cinema, che appare critico, è ancora fuori dai grandi studios di Hollywood?
RR:
Credo che ci sarà sempre futuro per il cinema. Penso, inoltre, che la visione dei film non si limiterà alla riproduzione su piccoli dispositivi, tipo smartphone e tablet. La gente avrà sempre bisogno delle sale cinematografiche, perché il cinema è un’esperienza di condivisione, che richiede un incontro tra persone diverse. Condividere l’esperienza cinematografica sarà sempre importante. Cambierà il tipo di film, cambierà la tecnologia, ma i film continueranno ad esserci, come continueranno ad esserci gli attori. Abbiamo visto, con Polar Express di Zemeckis, come attori interamente virtuali non possano funzionare.

SL: Il cinema è come un gioco di prestigio: la prima volta che vedi il coniglio uscire dal cappello, pensi che sia straordinario. La quarantesima volta, non ci fai più caso. Alla lunga, qualsiasi effetto visivo ti stanca. Ciò che continua a sorprendere è il cuore umano, la mente. Queste cose  non saranno mai studiate ed esplorate a sufficienza. Capiremo se il 3D sia effettivamente utile quando verrà realizzato un film drammatico con questa tecnologia. Se il 3D aiuterà ad avvicinarsi alla verità, allora meriterà di essere sviluppato. Personalmente, mi sto dedicando a storie più piccole, molto lontane da quelle che ho affrontato finora. Non significa che rinneghi i film che ho fatto in passato o che non ne sia orgoglioso: ho semplicemente capito che esiste anche un modo diverso di fare cinema.

© RIPRODUZIONE RISERVATA