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È alla soglia dei 60 anni, ma Pierce Brosnan può ancora permettersi di esibire un fisico invidiabile e possiede quel tipo di fascino che, come nel caso del buon vino, aumenta con l’età. Una sorta di alone che l’ha reso, tra gli 007, il più accostabile per savoir faire ed eleganza a Sean Connery.
E l’omaggio al personaggio, che più di tutti ha segnato la sua carriera non manca neanche in questa occasione: «Io sarò sempre grato a Bond, se non fosse stato per il successo che ho avuto in quel ruolo, non sarei qui a presentare il film di Susanne. 007 mi ha aperto le porte della carriera, però lavoro da quando avevo 18 anni e ho fatto anche molto altro».

Brosnan è arrivato alla Mostra per accompagnare la pellicola di Susanne Bier Love is All You Need e ha sparso charme durante la conferenza esattamente come succede in tutti i suoi film e come accade anche nella pellicola della Bier. Sia la regista che la partner sullo schermo non hanno fatto altro che tessere le sue lodi, il suo senso dell’umorismo e il suo fascino irresistibile.

«Non potevo rimanere insensibile a questa vicenda, che è molto vicina alla mia personale (Brosnan ha perso la prima moglie malata di cancro e si è poi risposato, ndr), anche io sono stato vedovo come lui e ho avuto due figli da quel primo matrimonio e poi ho incontrato la mia attuale compagna. Era un copione che non mi poteva lasciare indifferente, mi ha quasi shockato per le similitudini con la mia vicenda, ha sottolineato l’attore».

Brosnan in Love is All You Need interpreta i panni di un imprenditore con pochi scrupoli e poco tempo per pensare all’amore, fino a quando non incontra la sua futura consuocera danese Ida, la madre della ragazza che il suo Patrick vuole sposare. L’incontro tra loro non potrebbe essere più disastroso: lei gli tampona la macchina facendo retro con l’auto, ma è il minimo che ti possa succedere quando sei appena uscita da una terapia anticancro e trovi tuo marito che ti tradisce in casa con la sciacquetta di turno.

Chi, sentendo Bier, si è immaginato di trovarsi di fronte a una pellicola a-la-In un mondo migliore, resetti tutto e pensi a tutt’altro registro. Qua siamo nel sorrentino, la terra dei limoni, in un’antica villa rimessa a nuovo per un matrimonio. La Bier è danese, ambienta la pellicola in Italia, ma dà al film un’impronta da commedia hollywoodiana commerciale, un po’ nei paraggi di Mangia, prega, ama, in una storia in cui la vita – nonostante i colpi e l’età – ti dà una seconda chance.
Philip è un vedovo che non è mai riuscito a rifarsi una vita ed è perseguitato dall’orribile sorella della moglie morta, Ida è intrappolata in una relazione stagnante con un uomo volgare e stupido, a cui rimane legata per abitudine e per amore dei due figli a lei molto affezionati.
L’incontro tra i due si rivela per entrambi una luce fuori da tunnel in cui per motivi diversi sono precipitati. Aiutati da una cornice iper-romantica, riscopriranno sentimenti sepolti da tempo.
Sembra davvero che non si possa non fare una capatina in Italia a riadattare una villa o un cascinale per rifarsi una vita e l’appeal che le bellezze del nostro Paese esercitano sull’immaginario dei registi internazionali  è indiscutibile. La dramedy della Bier è un’immersione consapevole e volontaria nei cliché delle migliori commedie romantiche di culto, sfiorando anche la pochade: dalla malattia della protagonista al cuore chiuso dell’imprenditore, fino all’orribile sorella della moglie morta, che fa scomparire le sorellastre di Cenerentola e a cui si contrappone il candore e l’entusiasmo della semplice parrucchiera danese Ida, non si fa davvero mancare nulla, pigiando il pedale sull’emozione. Chi lo vedrà il prossimo autunno in Italia è pregato di munirsi di fazzoletti. E’ davvero paradossale ma c’è voluta una danese per resuscitare un genere che gli americani sembrano aver dimenticato. (Foto Getty Images)

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