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Dice parecchio dei tempi che corrono, quanto sia più facile per un Festival assimilare un’opera come Paradise: Faith di Ulrich Siedl – accolta da lunghi applausi – che To the Wonder di Terrence Malick, fischiato da metà della sala alla proiezione stampa. Pongo una questione culturale, non artistica. Siedl insiste fino al parossismo nello spogliare le inquadrature di movimento e i personaggi di umanità, escludendo qualsiasi dimensione metafisica. Malick, è la sua nemesi: non ferma mai la macchina da presa e vede ogni cosa in una prospettiva spirituale.  Entrambi, a loro modo, girano bene, è difficile dire il contrario. Entrambi tengono fede alla propria visione, la rendono in modo limpido. Entrambi colmano la misura, consapevolmente. Quindi la reazione a caldo, istintiva, è in sé politica.

To the Wonder – presentato stamattina ai giornalisti e in concorso a Venezia 69 – è un dramma sentimentale. Racconta la relazione tra la francese Marina (Olga Kurylenko), giovane madre abbandonata dal marito, e Neil (Ben Affleck), un ingegnere chimico americano. Neil chiede a Marina di seguirlo in America insieme alla figlia, ma non è convinto di sposarsi. Passano i mesi, il visto scade, e la donna è costretta a tornare in Europa. Nel frattempo nella vita di Neil ricompare una vecchia fiamma (Rachel McAdams), con la quale allaccia una nuova relazione. Dura poco: Marina torna in America e Neil la sposa per farle avere la green card. Ma anche questa volta la crisi e il tradimento sono in agguato. Nel frattempo un prete (Javier Bardem), lotta per superare una crisi di vocazione.

La storia, come d’abitudine per il regista de La sottile linea rossa, non è però il “testo” del film, ma l’impressione che se ne ricava. È un suggerimento. La grammatica di Malick non cambia di una virgola rispetto a The Tree of Life: i personaggi sono ripresi dal basso verso l’alto, incoronati dal cielo; lo sguardo della macchina da presa si muove in orizzontale, o verso l’alto, o circolarmente, ma sempre tracciando geometrie elementari: è come un dito che indica. Tutto passa per l’ambiente, secondo il repertorio romantico: tramonti, scogliere, spiagge, fronde d’alberi, campi di grano. E poi sedie vuote, tende agitate dal vento, biciclette abbandonate. Ma Malick trasfigura perfino i cantieri industriali, le montagne di ghiaia o le colate di cemento. E c’è una scena in un allevamento di bufali (con una Rachel McAdams visibilmente tesa) che ha fatto sorridere molti.

La voce fuori campo ripete liriche naive (“Da dove viene l’amore, dove va?”), preghiere spogliate di qualsiasi intellettualismo (“Dio è alla mia destra, Dio è alla mia sinistra, Dio è sopra di me, Dio è sotto di me”), si sostituisce ai dialoghi, in termini pratici (altera la struttura del racconto) e concettuali (indica l’approccio all’arte dell’autore). Se il cinema di Seidl è iper-corazzato dal suo cinismo, questo è cinema senza pelle, esposto, coraggioso e un po’ ridicolo. Il problema – che c’è – è nella sua costante ambizione (ancora una volta sia filosofica che formale), che non lascia respiro. Malick predica la fragilità della fede e dell’amore, nel momento stesso in cui ne canta la bellezza. Esalta il valore della solidarietà. Mostra la caducità dei corpi. Si arrischia perfino in una mezza-tirata contro i metodi anticoncezionali (Marina rischia una isterectomia a causa dell’uso della spirale). Vedere To the Wonder a pochi mesi di distanza da The Tree of Life, opera-mondo per eccellenza, non gli giova affatto. È come se ne fosse una costola, un frammento di poca utilità.

Ad un autore poco prolifico come Malick, mai come ora sarebbe convenuto un periodo di sospensione. E invece pare sia diventato iperattivo, ha altri tre film quasi pronti. Ma se il materialismo di Seidl non colma la misura, ed è perfettamente contemporaneo – la sua fluviale trilogia anti-spirituale gode di ottima salute – troppe preghiere tutte assieme danno in fretta il senso di un’ossessività anti-moderna.

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