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Una giacca molto chiara e il fascino inossidabile del grande divo. Sono tutti lì ad aspettarlo Robert Redford, per rendere omaggio all’uomo, al divo e al regista simbolo di un cinema etico e impegnato che ebbe il suo momento di gloria negli anni ’70. Quando si presenta oggi alla conferenza stampa del film fuori concorso da lui diretto The Company You Keep, le immagini di una carriera ricchissima di ruoli e successi si affastellano nella mente dei cronisti presenti. C’è il Redford affascinante e sodale di Paul Newman, vedi La stangata, c’è il fondatore e animatore del Sundance film Festival, ma soprattutto il regista di un cinema che mescola sempre politica, azione ed etica.

In questo thriller solido, ma po’ vecchia scuola, del regista-attore si racconta infatti di un gruppo di attivisti che negli anni ’70, di fronte all’impossibilità di fermare la guerra in Vietnam, pensarono di scuotere il Paese colpendone i centri nevralgici con attentati dinamitardi. Li chiamavano i Weathermen. Trent’anni dopo tutti si sono rifatti una vita, hanno cambiato nome e avuto pochissimi contatti tra loro e si sono fatti praticamente beffe dell’F.B.I., fino a quando una di loro (Sarandon) non decide di costituirsi, stimolando la voglia di scoop di un giovanissimo reporter che vuole diventare famoso a tutti i costi (LaBeouf). Una ricerca che lo porterà a far saltare la copertura di un tranquillo avvocato di Albany , tale Jim Grant (Redford) che è tuttora ricercato per omicidio. Grant deve ora darsi alla fuga perché è al centro di una gigantesca caccia all’uomo, che lo porterà alla ricerca dell’unica persona in grado di scagionarlo.

«Sono affascinato dalla storia. Quando ho letto il romanzo di Neil Gordon, che raccontava il movimento Weather Underground, ne sono rimasto affascinato. Fu un movimento molto importante, ma distruttivo. Quando in un’organizzazione prevale l’obiettivo di fondo allora funziona, ma quando le spinte dell’ego si fanno più forti e un movimento mette se stesso al centro invece che la causa, quel movimento è destinato a fallire. Nonostante ciò, è necessario ammettere che si battevano per un grande ideale. Non c’è stato niente di più sbagliato della guerra in Vietnam per il nostro Paese».

Rispetto alla figura del giovane giornalista rampante, Redford ha sottolineato come anche il giornalismo sia molto diverso da quello raccontato in Tutti gli uomini del presidente. Una volta il giornalismo era tutto inchiesta e ricerca. Io e Dustin (Hoffman, ndr) non facevamo che chiederci nel film: Dov’è la verità? Dov’è la verità? Negativo rispetto alla propria generazione il partner di Redford sul grande schermo, Shia LaBeouf, il quale sostiene che i ragazzi della sua età non sono interessati al cambiamento. Più ottimista rispetto ai giovani d’oggi lo stesso Redford, il quale ha dichiarato: «Ogni generazione ha il suo momento di ribellione. Sempre arriva ed è sempre buono. E questo è anche il motivo per cui io appoggio Obama, perché lui vuole realizzare i cambiamenti, mentre Romney è terrorizzato dalla possibilità che vengano messi in atto». LaBeouf ha poi spiegato come il suo giornalista sia un mix tra i due giornalisti interpretati da Redford e Hoffman nella pellicola succitata. «È aggressivo come uno e riflessivo come l’altro allo stesso tempo. Potrebbe rovinare le persone coi suoi scoop e vive delle crisi di coscienza rispetto a questa possibilità».
«Comunque non vorrei che confondeste quello che è il vero tema del film, ovvero cosa è disposto a fare un padre per una figlia» ha specificato Redford. «Non è un film sul terrorismo e sul Weather Underground ma su un uomo che messo all’angolo agisce in nome degli affetti».
Infine, sul cast ha esaltato le qualità attoria di LaBeouf: «E’ un attore meraviglioso, ma anche il resto del cast è incredibile. Ho scelto molte persone con cui ho lavorato nel passato e a cui sono affezionato come Julie Christie. E poi c’è Susan Sarandon, Sam Elliot, Terrence Howard, Richard Jenkins, Stanley Tucci… Ma anche un grande Nick Nolte».

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(Foto Getty Images)

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