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Fill the Void (in originale, Lemale et ha’halal) è il titolo (letteralmente “Riempi il vuoto“) del film israeliano di Rama Burshtein, una delle 18 pellicole in gara per il titolo del concorso principale della 69esima Mostra del Cinema di Venezia.

La regista, che esordisce con quest’opera dietro la macchina da presa e si è ispirata a una storia realmente accaduta a una ragazza che ha incontrato personalmente, ci catapulta in una Tel Aviv lontana (rispetto a come il cinema spesso la ritrae) dalle guerre per aprirci le porte di una casa, quella di una famiglia di ebrei ortodossi, i Mendelman, alle prese con la festa di Purim e l’organizzazione del “fidanzamento combinato” della figlia minore, Shira (un’intensa Hadas Yaron). La ragazza, appena 18enne, abbraccia con entusiasmo la proposta dei genitori. Il comune iter, che porterebbe una ragazza del mondo occidentale di oggi all’altare, non la sfiora nemmeno. Anzi. Per lei è più forte il timore di fare la fine del «diamante non colto» Frida, una parente ancora single nonostante la non più giovanissima età, che agli occhi della comunità sembra destinata a «non avere una vita» senza un marito. Ma più semplicemente, per lei un’altra strada, un destino diverso da quello del matrimonio, della sua tradizione, proprio non esiste. Il fidanzamento, però, viene messo in stand-by quando la sorella maggiore, «la donna più bella del mondo» Esther (Renana Raz), muore al nono mese di gravidanza, lasciando il marito Yochai (Yiftach Klein) vedovo e perciò automaticamente incapace di provvedere da solo al figlio nato nella tragedia. Dopo solo due settimane dalla scomparsa della nuora, infatti, la madre di lui inizia la ricerca di una nuova moglie. La candidata ideale sarebbe in Belgio. Ma l’idea che il nipotino possa crescere lontano, in Europa, distrugge la signora Mendelman, che si fa immediatamente avanti con Yochai, proponendogli la mano di Shira.

Le vite dei due ragazzi, già provati dal lutto, vengono così completamente sconvolte. I sentimenti, tutti, vengono spenti dall’egoismo di una mater familias distrutta dal dolore e in cerca di un appiglio, in nome di un bene comune. Per il quale elenca le (sue) più valide ragioni: «Yochai è un bravissimo ragazzo, lo conosciamo bene; Shira sarebbe la madre più indicata per il nipote; il piccolo continuerebbe a crescere con la sua famiglia». Ma Shira, forse per la prima volta in vita sua, si oppone, fa resistenza. E anche quando sembra aver ormai ceduto alle regole, alla volontà superiore e al dovere, manda sistematicamente tutto all’aria. Finché qualcosa non cambia e in lei nasce un sentimento sincero nei confronti dell’ex cognato. Un’attrazione che la spaventa e di cui si vergogna e che confesserà alla fine solo a una persona, che ha il potere di cambiare definitivamente il suo destino.

L’intera vicenda viene esplorata con sguardo sensibile e delicato da Rama Burshtein, che ci chiude tra le stanze e i corridoi di casa Mendelman insieme ai suoi abitanti. Soffermandosi sui loro volti, lasciandoci ascoltare i loro dialoghi dietro le porte chiuse, facendoci sedere accanto a loro nei momenti di maggiore sconforto. Creando tra noi e loro una palpabile intimità, resa ancora più credibile dalla riuscita perfomance di tutti gli interpreti. Molto interessante, inoltre, risulterà al nostro pubblico l’esplorazione di cerimonie, usi e costumi poco noti della tradizione ebreo-ortodossa, presentata con occhio quasi documentaristico.

 

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