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«Avevo già raccontato la mia adolescenza nel ’94 con L’eau froide, ma in maniera più astratta. Qui lo faccio affrontando una dimensione diversa», nella quale un gruppo di adolescenti, che vive nel solco del ’68, cerca la propria strada nel mondo, in un periodo che – contrariamente a quello di profonda crisi attuale – consentiva ai ragazzi la possibilità di sperare maggiormente in un cambiamento, in un fututo migliore. La dimensione politica dei primi anni Settanta (riportati in vita con gli scontri tra studenti e celerini in motocicletta – un servizio speciale realmente esistito e poi abolito, in seguito alla morte di un giovane -, la musica, i viaggi, gli abiti e la convivialità hippie di quegli anni) è quindi fondamentale nel film autobiografico in concorso a Venezia 69 di Olivier Assayas, Après Mai (leggi la recensione), ma non ne figura come l’essenza. Più che lottare per «valori astratti», questi ragazzi infatti combattono per trovare se stessi e il loro avvenire. In particolar modo il protagonista, Gilles (Clement Metayer) – nel quale l’autore ha riposto il suo giovane alterego -, che scopre nel cinema il suo linguaggio congeniale e la sua ragione di vita. Perché, come sottolinea Assayas stesso, «nell’arte, nel cinema, c’è la possibilità di una resurrezione». A patto che la sintassi di questo linguaggio «ambisca a mettersi in discussione e a reinventarsi», ovvero la strada artistica che il regista racconta di aver inseguito fin dai suoi esordi.

Nessuna volontà di educare o lanciare messaggi alle nuove generazioni. «Il film rende omaggio all’indipendenza espressiva di quel periodo. A un certo punto avrei voluto mettere un cartello con scritto “RIP 70’s Underground” perché quelle spinte oggi si sono spente. Le vicende di Après Mai hanno luogo sullo sfondo di un momento importante e ben definito, tuttavia non ho realizzato questo film per dare un messaggio ai giovani di oggi o impartire loro lezioni. Non penso che il cinema sia un mezzo di informazione, piuttosto una forma d’arte che può rappresentare le contraddizioni di un’epoca per poi però lasciare al pubblico la sua interpretazione. Non ho mai avuto la volontà di informare con i miei film e sarebbe un inganno chiedere questo al cinema».

I primi giovani spettatori di Assayas, i suoi attori hanno già elaborato le proprie considerazioni suscitate dalla visione del film. Come una delle interpreti più note del gruppo, Lola Créton (Un amore di gioventù): «All’epoca i giovani si affidavano alla politica. Oggi non credo che questa consenta di cambiare le cose. Bisogna trovare altri strumenti per potersi esprimere, come l’arte».

 

(Foto Getty Images)

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